La pace sia con te

lunedì 1 febbraio 2010

I dati dell'ISTAT: Gli stranieri delinquono più degl' italiani.

Gentilissimo Signor Direttore,

sono un cattolico che si sforza di essere figlio obbediente e devoto della Chiesa, siccome convinto che extra Ecclesia nulla salus, e che lo Spirito ha stabilito un'unità indisolubile tra la Tradizione, la Scrittura, il magistero pontificio e il sacerdozio cattolico, affinché la Parola e la Persona di Cristo continuino la propria presenza e azione nella storia e ci siano comunicate nella loro autenticità e realtà. Dunque, non ho nessuna inclinazione anticristiana, antiecclesiale e anticlericale (su quest'ultima forse sono un po' bugiardo).

Ciò premesso onde evitare equivoci, mi chiedo perché certi monsignori parlino tanto di cose che non sanno o di cui non dovrebbero, e poco di ciò che invece dovrebbe martellare le nostre coscienze.

Mons. Crociata - ma non potevano sceglierne uno con un nome un po' meno impegnativo? - dice che, secondo i suoi dati, gli stranieri delinquono quanto gl'italiani. Naturalmente, non in polemica con Berlusconi, ma per amore della verità, e forse anche per farlo stare un po' Bonino.

Non so di quali dati siano in possesso i vescovi italiani e mons. Crociata. Io leggo quelli diffusi dal Ministero dell'Interno, dall'Istat e dalla Fondazione ISMU, da cui risulta che gli stranieri cosiddetti regolari delinquono tre volte più degl'italiani e quelli clandestini ben ventotto volte di più. Potrei scendere nel dettaglio, ma la farei troppo lunga. Mi limito solo a segnalare i dati relativi ai furti con destrezza (i "clandestini" ne commettono centoquarantassette volte di più degl'italiani) e agli omicidi (ventisei volte di più).

Certo, in ogni popolazione vi sono i buoni e i cattivi, e non traggo da questi dati alcuna conclusione etnicistica e men che meno razzista (ciò che è più lontano dalle mie idee e dalla mia sensibilità). Ma il problema esiste. Ed esisterebbe, con buona pace di tutti i monsignori tanto Bonini, anche se fossero veri i dati sbandierati come una Crociata, cioè la parità delinquenziale tra nativi e stranieri.

In proposito mi permetto di citarmi da una "lettera" dell'8 maggio 2007.

"Se a casa mia mio figlio combina un disastro - ed io, che di figli ne ho cinque, ho vasta esperienza di tali accadimenti -, non gradisco, intervengo, punisco, ma in fondo so che è uno dei 'costi' della famiglia. E' nelle cose, e mi devo rassegnare: è fisiologico.
Se, invece, il disastro - e magari d'una certa entità - lo combina un ospite, e per giunta non invitato, la cosa assume, quanto meno, un carattere di straordinarietà, è cioè un po' meno fisiologica".

Insomma, se ai disastri di chi non può essere espulso siccome cittadino si sommano quelli combinati dagli ospiti, invitati o non, la cifra assoluta raggiunge livelli intollerabili. E' assurdo pensare di ridurla anche (e sottolineo anche) riducendo il fattore "ospiti", magari soprattutto sotto la voce "non invitati", e quindi selezionarli con più attenzione?

Anche se il conto criminale tra nativi e stranieri fosse pari. Ma sembra proprio che pari non sia. E i nostri monsignori dovrebbero informarsi meglio: il dovere della verità riguarda certo i grandi principi, ma anche i piccoli eppure tanto importanti fatti, che nemmeno Dio può cancellare (quod factum infectum fieri nequit), figuriamoci la CEI.

Cordialmente
Giovanni Formicola

da lettere@ilfoglio.it
29-01-2010

LA VERONICA E' CUSTODITA DAI FRATI CAPPUCCINI A MANOPPELLO IN PROVINCIA DI PESCARA?



È A MANOPPELLO IL VELO DEL SUDARIO CON IL VOLTO DI GESÙ?
di Alfonso Marzocco

Santa Veronica è, secondo la tradizione cristiana, la "pia donna" che “nell’ora della sventura, del peccato, del dubbio, fu fedele, non peccò e soccorse il suo Signore” , e Gli asciugò con un telo il volto, mentre sotto la croce Gesù saliva al Calvario, rimanendo il Volto stesso impresso sul panno.

Veronica non compare nei vangeli canonici, ma è venerata come santa dalla Chiesa cattolica ed è citata più volte nell’ ”Evangelo come mi è stato rivelato “ dettato a Maria Valtorta , secondo la quale si chiamava Niche ed era «una donna ebrea della Diaspora». Al suo gesto pietoso è dedicata anche una stazione della Via Crucis, che è uno dei pii esercizi più amati , con cui i fedeli venerano la Passione del Signore. “Attraverso il pio esercizio i fedeli ripercorrono con partecipe affetto il tratto ultimo del cammino percorso da Gesù durante la sua vita terrena: dal Monte degli Ulivi, dove nel «podere chiamato Getsemani» (Mc 14, 32) il Signore fu «in preda all’angoscia» (Lc 22, 44), fino al Monte Calvario dove fu crocifisso tra due malfattori, al giardino dove fu deposto in un sepolcro nuovo, scavato nella roccia….Nella sua forma attuale, attestata già nella prima metà del secolo XVII, la Via Crucis, diffusa soprattutto da san Leonardo da Porto Maurizio († 1751), approvata dalla Sede Apostolica ed arricchita da indulgenze, consta di quattordici stazioni.”
La Via Crucis è riconosciuta come forma di pietà popolare anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica.
Diverse di queste stazioni corrispondono a episodi evangelici. Altre, come le cadute di Gesù e l'incontro con la Madre, sono state introdotte dalla devozione popolare. La sesta stazione, della Veronica, è legata, secondo la tradizione, al telo in cui è stata conservata l'immagine del volto sfigurato di Gesù.
Il popolo cristiano ha quindi sempre creduto all’esistenza di questa immagine acheropita (non realizzata da mani umane) e in ciò approvato almeno implicitamente dalla Chiesa e dal Papa, che guida il Venerdì Santo la Via Crucis che si svolge nel Colosseo a Roma.
Dal secolo XIII si venerò in S. Pietro a Roma, una immagine del volto di Cristo, detto ‘Velo della Veronica”, che gli studiosi identificarono per lo più con l’icona tardo bizantina attualmente lì conservata.

Ma proprio la lettura attenta di due preziose e autorevoli testimonianze, quella di Dante e quella di Petrarca , ci deve illuminare: perché un “vecchierel canuto e stanco” dovrebbe affrontare un viaggio lungo e pericoloso per andare a venerare una semplice icona bizantina e perché un pellegrino dalla Croazia, o da qualsiasi altra terra lontana, dovrebbe venire a vedere la “nostra Veronica” se non fossero convinti di rivedere in quel panno le fattezze del volto insanguinato di Cristo, che vi volle imprimere quando la Veronica gli asciugò il volto durante l’ascesa al Calvario? La poesia fa rivivere la scena del pellegrino medievale che medita sulla Veronica che “ apre lo scrignetto, ne trae un lino finissimo, quadrato, e lo offre al Redentore. Questo lo accetta. E poiché non può con una mano sola fare da Sé, la pietosa lo aiuta, badando di non urtargli la corona, a posarselo sul volto. E Gesù preme il fresco lino sulla sua povera faccia e ve lo tiene, come ne trovasse un grande ristoro”.
Maria Valtorta descrive anche come la “Veronica” sia giunta nelle mani della Madonna, che meditava nel Cenacolo:
“È Maria di Magdala che va dritta e forte all'uscio e chiede: «Chi bussa?».
Una voce di donna risponde: «Sono Niche. Ho una cosa da dare alla Madre. Aprite! Presto. La ronda è in giro».
Giovanni, che si è svincolato dalla Madre ed è corso presso la Maddalena, lavora intorno ai molteplici serrami, tutti ben assicurati questa sera. Apre. Entra Niche con la servente ed un uomo nerboruto che le scorta. Chiudono.
«Ho una cosa...», e piange Niche e non può parlare...
«Che? Che?». Le sono tutti addosso, curiosi.
«Sul Calvario... Ho visto il Salvatore in quello stato... Avevo preparato il velo lombare perché non usasse i cenci dei boia... Ma era tanto sudato, col sangue negli occhi, che ho pensato darglielo perché si asciugasse.
Ed Egli lo ha fatto... E mi ha reso il velo. Io non l'ho usato più... Volevo tenerlo per reliquia col suo sudore e il suo sangue. E vedendo l'accanimento dei giudei, dopo poco, con Plautina e le altre romane Lidia e Valeria, insieme, abbiamo deciso di tornare indietro. Per paura che ci levassero questo lino. Le romane son donne virili. Ci hanno messe nel mezzo, io e la servente, e ci hanno protette. È vero che sono contaminazione per Israele... e che toccare Plautina è pericolo. Ma ciò si pensa in tempi di calma. Oggi erano tutti ubbriachi... A casa ho pianto... per ore... Poi è venuto il terremoto e sono svenuta... Rinvenuta, ho voluto baciare quel lino e
ho visto... oh!... Vi è sopra la faccia del Redentore!...
«Fa' vedere! Fa' vedere!».
«No. Prima alla Madre. È il suo diritto».
«È tanto sfinita! Non resisterà...»
«Oh! non lo dite! Le sarà di conforto, invece. Avvertitela!».
Giovanni bussa piano all'uscio.
«Chi è?».
«Io, Madre. Fuori è Niche... È venuta nella notte... Ti ha portato un ricordo... un dono... Spera darti conforto con quello».
«Oh! un solo dono mi può confortare! Il sorriso del suo Volto...»
«Madre!». Giovanni l'abbraccia per tema che cada e dice, come confidasse il Nome vero di Dio: «Quello è. Il sorriso del suo Volto, impresso nel lino con cui Niche lo ha asciugato sul Calvario» .

Ma la Veronica ora dove si trova?
Era certamente presente a Roma dal secolo XIII al 1527 (fino al 1601 secondo le fonti ufficiali). Infatti “Papa Innocenzo III (1198-1216) ne promuove in particolare il culto, istituisce una processione annuale e concede indulgenze a quanti piamente vi partecipino. Racchiusa in una cornice dorata, dono di tre signori veneziani, viene esposta in San Pietro durante le maggiori festività e in particolare durante gli Anni Santi del 1300 e del 1350”. E le ostensioni pubbliche si svolgono a Roma con una certa regolarità fino al 1600-1601. Poi non più.

Nel 1620, venti anni dopo l’ultima ostensione pubblica della “Veronica”, i frati cappuccini giungono a Manoppello, un paese abruzzese ai piedi della Maiella, non molto lontano da Pescara , e vi edificano, un po’ fuori dell’abitato, un convento con una chiesetta. Lì dal 1638 si custodisce e si venera una reliquia “Il Volto Santo di Manoppello”, che richiama molti pellegrini ogni anno. Quella chiesetta primitiva è divenuta poi il Santuario del Volto Santo.
La coincidenza cronologica è singolare: a Roma non è più attestata la “Veronica” e dopo qualche anno compare a Manoppello il “Volto Santo” o “Velo di Manoppello”.

La “Relazione historica” di padre Donato di Bomba, scritta tra il 1640 e il 1646, riporta tra l’altro che Donato Antonio de Fabritiis avrebbe donato il “Velo” ai frati cappuccini, donazione confermata anche da un atto notarile del 1646. Il de Fabritiis avrebbe acquistato nel 1618 il Velo da Marzia Leonelli, che lo cedeva perché aveva bisogno di danaro per riscattare dalla prigione il marito, violento uomo d’armi.
Il Velo di Manoppello potrebbe essere la Veronica, già custodita a Roma, a cui era sta inviata da Germano I, patriarca di Costantinopoli, per salvarla dalla furia degli iconoclasti. Ma come il Velo era arrivato nelle mani del violento soldato di ventura, che l’aveva venduta al de Fabritiis, che l’aveva donata ai frati cappuccini?
Il 6 maggio 1527 ci fu il “sacco di Roma”, quando la città fu messa a ferro e fuoco. I lanzichenecchi tedeschi e i tercieros spagnoli - soldati mercenari al servizio di Carlo V d’Asburgo, assediarono il Pontefice e lo costrinsero ad asserragliarsi in Castel Sant’Angelo e a fuggire poi a Orvieto, dove rimase fino a quando accettò di incoronare Carlo V imperatore del Sacro romano impero. Un certo messer Urbano, acquartieratosi anch’egli a Orvieto con gli altri fedelissimi del Papa, il 14 maggio 1527 inviò una missiva alla duchessa di Orvieto e le riferì della Basilica Vaticana, “in la qual chiesia et allo altare proprio dicono esser stati morti da 500 homeni, et reliquie sante disperse et arse, et alcuni dicono anche abruciata la Veronica”.

Un fatto certo è che la Veronica ora non è più a San Pietro: infatti quanti nel secolo XX hanno potuto osservare la tela custodita nella cappella, che si apre sopra la statua della Veronica, affermano che si tratta di un panno quadrato di colore chiaro, non trasparente, sul quale non si distingue alcun lineamento. “Anche Giovanni Paolo Il, nella circostanza del Grande Giubileo del 2000, ha voluto vedere il quadro custodito in Vaticano. Ha chiesto che fosse portato nel proprio appartamento, lo ha osservato attentamente e, dopo essersi reso personalmente conto dell’inconsistenza dell’immagine, lo ha fatto riportare nel pilastro della Veronica senza prendere ulteriori iniziative.”

Un’ ipotesi condivisibile è che nel 1527 qualche soldato delle truppe che saccheggiarono Roma sia venuto in possesso della “Veronica” e che, successivamente, lui o qualcuno dei suoi discendenti l’abbia venduta, fino a che non è arrivata nelle mani di qualche buon cristiano che ha ritenuto opportuno donarla ai frati cappuccini di Manoppello.
Dal 1527 al 1601 probabilmente (nessuno aveva interesse a dichiararne il furto o lo smarrimento) fu mostrata nelle pubbliche ostensioni a Roma una copia dell’Acheropita.
Il Volto Santo di Manoppello, come lo descrive suor Blandine Paschalis Schlomer è il volto di un uomo impresso su ambo i lati di una tela quasi trasparente – come in una diapositiva- "... come quello di una persona viva che si trova dietro al tessuto e che guarda attraverso questa stoffa sottilissima: una persona con capelli di uno splendore meraviglioso, ... che cadono in due bande sciolte su tutti e due i lati. Ma ciò che parla di più in questo volto sono gli occhi di un bianco molto intenso. Lo sguardo è gentile. C’è come un sorriso nell’espressione" (p. 28). Tuttavia per un osservatore non frettoloso "c’è qualcosa di inspiegabile e di totalmente inconsueto. Per esempio la stoffa appare molto antica, con una superficie ruvida, ma da un momento all’altro la stessa stoffa appare come una tessitura finissima e delicatissima e totalmente trasparente, perfino splendente. Nella stessa maniera il volto umano che si può scorgere su questa stoffa appare una volta con un intensissimo colorito e delineato con molta precisione nel disegno dei capelli e degli altri dettagli — ci si trova davanti una immagine che appare compatta in una tonalità scura di un’ocra a tratti verdeggiante — e poi si è sorpresi di vedere invece un tessuto bianco, quasi un soffio tanto è esile"(p. 28). Inoltre, "se si pone il Velo contro la luce, quando essa passa direttamente da dietro attraverso il tessuto, l’immagine sparisce come se i fili l’avessero assorbita" (p. 29). Non si scorgono, neppure a forti ingrandimenti, tracce di apporto di colore sulle fibre del tessuto. Quest’ultimo può venir osservato solo se ci si pone da una determinata angolazione rispetto all’immagine o se si colloca uno schermo opaco posteriormente a essa.
Ed ecco la descrizione della “Veronica” che Gesù stesso detta a Maria Valtorta:
«Dio non delude mai una giusta preghiera e conforta i suoi figli che sperano in Lui. Maria lo trova nel conforto della Veronica. Ella, la povera Mamma, ha stampato negli occhi l'effigie del mio Volto spento. Non può resistere a quella vista. Non è più il suo Gesù quello, invecchiato, enfiato, con gli occhi chiusi che non la guardano, con la bocca contorta che non le parla e sorride. Ma ecco un Volto [la Veronica] che è di Gesù vivo. Doloroso, ferito, ma vivo ancora. Ecco il suo sguardo che la guarda, la sua bocca che par dica: "Mamma!". Ecco il suo sorriso che la saluta ancora ».
Al cap. 637 aggiunge: «Il velo della Veronica è anche un pungolo alla vostra anima scettica. Confrontate, voi che procedete per aridi esami, o razionalisti, o tiepidi, o vacillanti nella fede, il Volto del Sudario e quello della Sindone. L’uno è il Volto d’un vivo, l’altro quello d’un morto. Ma lunghezza, larghezza, caratteri somatici, forma, caratteristiche, sono uguali. Sovrapponete le immagini. Vedrete che corrispondono. Sono Io. Io che ho voluto ricordarvi come ero e come ero divenuto per amore di voi. Se non foste dei perduti, dei ciechi, dovrebbero bastare quei due Volti a portarvi all’amore, al pentimento, a Dio».
Suor Blandine ha sovrapposto le due immagini. Anche se a prima vista i due Volti sembrano escludersi, tuttavia, sovrapponendo il negativo della Sindone, della prima fotografia scattata da Giuseppe Enrie nel 1931, e la parte anteriore del Velo di Manoppello s’individuano ben dieci punti di congruenza. La religiosa trappista fornisce nel testo istruzioni molto dettagliate per ottenere tale sovrapposizione.
D’altra parte alcune celebri icone — per esempio, quella del Cristo del Monastero di Santa Caterina al Sinai — si sovrappongono quasi perfettamente sia alla Sindone che al Volto Santo.
Credo, pertanto, che anche al Volto Santo di Manoppello possano applicarsi le parole che papa Giovanni Paolo II ebbe ad esprimere per la Sindone “… una reliquia insolita e misteriosa …, singolarissimo testimone … della Pasqua... Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente!”