Il testamento spirituale del cattolico Shahbaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan, assassinato il 2 marzo a Islamabad da uomini armati.
Io voglio servire Gesù
"Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.
Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune».
Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese.
Molte volte gli estremisti hanno cercato di uccidermi e di imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Gli estremisti, qualche anno fa, hanno persino chiesto ai miei genitori, a mia madre e mio padre, di dissuadermi dal continuare la mia missione in aiuto dei cristiani e dei bisognosi, altrimenti mi avrebbero perso. Ma mio padre mi ha sempre incoraggiato. Io dico che, finché avrò vita, fino all’ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.
Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: «Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi». I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.
Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati.
* Shahbaz Bhatti, Cristiani in Pakistan. Nelle prove la speranza, Marcianum Press, Venezia 2008 (pp. 39-43)
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sabato 5 marzo 2011
domenica 20 febbraio 2011
ALLA RICERCA DELL'ANELLO MANCANTE.
Il signore dell’anello mancante.
I biologi raggruppano gli esseri viventi in base ai criteri
da loro stessi utilizzati. Già Aristotele classificò gli
animali in base ai loro mezzi di locomozione e
all’ambiente in cui vivevano.
Linneo sistemò le specie in base alle caratteristiche morfologiche condivise. Il suo sistema fu accettato dagli scienziati e i suoi raggruppamenti furono ccontinuamente perfezionati fino a quando essi
furono riletti secondo le teorie evoluzioniste di discendenza filogenetica proposte da Charles Darwin.
In base a questi concetti noi uomini (Homo sapiens sapiens, Linneo, 1758)
siamo stati incasellati nella famiglia degli ominidi che comprende numerosi
generi estinti e sette diverse specie viventi di grandi scimmie. In pratica
secondo questi criteri evolutivi siamo dei primati bipedi. Non si può infatti negare che l’uomo ha in comune con gli atri primati, dall’uistitì pigmeo al gorilla, le seguenti caratteristiche:
- 5 dita su ogni zampa, con un pollice opponibile e corte unghie per una presa salda su rami e cibo;
- una dentatura non specializzata, vale a dire una dieta onnivora;
- visione a colori e binoculare, con gli occhi cioè rivolti in avanti, per
visualizzare bene le distanze in maniera tridimensionale.
Ci hanno perciò fatto la cortesia di classificarci nella famiglia degli Ominidi (Hominidae, Gray 1825) noti anche come grandi scimmie. Di questo gruppo fanno parte gli oranghi, i gorilla, gli scimpanzé, il genere Homo ed alcuni gruppi fossili, tra i quali gli australopiteci.
Le specie più vicine all’uomo costituiscono poi la sottofamiglia degli Ominini (Homininae). Non è chiaro l’esatto criterio che contraddistingue gli Ominini, ma sono incluse nella sottofamiglia le specie che posseggono almeno il 97% del DNA corrispondente al genoma umano ed hanno qualche capacità di comunicare tra gli individui e una socialità nella famiglia e del branco.
Ora il genoma degli scimpanzé corrisponde al 98,6% a quello dell’uomo e non
ci sono del resto enormi differenze in contenuto genico fra Homo sapiens e gli altri mammiferi quali ad esempio il topo (Mouse Genome Sequencing
Consortium, Nature 2002). Addirittura il pesce palla ha essenzialmente gli
stessi geni e le stesse sequenze geniche regolatorie dell’uomo, ma con solo un ottavo di DNA spazzatura (1). Dai vari progetti sul genoma si ricava che sono più del 99% i geni in comune tra topi e uomini. Però anche i biologi si rendono conto che voler dedurre da ciò una discendenza dell’uomo dal topo sarebbe solo una semplificazione.
Infatti classificare usando come criteri alcuni aspetti materiali e non quelli essenziali è un modo ben suggestivo e probabilmente approssimativo.
Ma anche a voler limitare per il momento le osservazioni all’aspetto fisico
dobbiamo osservare differenze fondamentali tra l’uomo e gli altri primati:
l’uomo è l’unico animale ad avere la faringe (2) ed è l’unico mammifero a
camminare in posizione eretta (3).
Già questi due piccoli particolari avrebbero dovuto far riflettere gli esperti dal classificare nella stessa famiglia scimmie e uomini. Ma evidentemente la troppa erudizione talvolta obnubila la mente, considerato che pure al mercato rionale hanno il buon senso di dividere le mele dalle arance anche se sono entrambe sferiche.
Quando si tratta di catalogare ad esempio i libri, il bibliotecario non tiene certo conto solo del formato della copertina o del numero delle pagine: li cataloga per soggetto e per autore e titolo. Tiene conto cioè del contenuto. Il fatto che gli scrittori e i poeti usino le stesse parole, la medesima punteggiatura e uguali segni ortografici non implica necessariamente che l’uno abbia copiato dall’altro: quello che conta realmente è l’essenza cioè il filo logico che tiene assieme le parole e i concetti. Così il fatto che esseri viventi siano formati delle stesse proteine e minerali e che addirittura abbiano una struttura genomica simile per il 90 % non implica necessariamente che l’uno si sia evoluto dall’altro.
Che poi ci sia una catena evolutiva ininterrotta tra la cellula e l’uomo è una leggenda. La realtà è che le scimmie sono scimmie e gli uomini sono uomini: tra le due specie c’è un abisso. Che abbiano dato il nome di Australopithecus (da australe + píthēkos (greco) scimmia), Homo erectus, Homo habilis ad alcuni fossili estinti, usando una terminologia che mette assieme volutamente scimmia e uomo, tentando di far credere che essi appartengano in maniera indiscussa alla stessa catena evolutiva è un compassionevole tentativo destinato a un ben misero fallimento. Già alcuni degli scienziati più onesti riconoscono che questi fossili, benché abbiano il nome di Homo, sono delle scimmie estinte (tra l’altro camminavano ricurve come le attuali scimmie) (4).
Gli altri fossili come l’Uomo di Cro-Magnon, l’Uomo di Oberkassel, l’Uomo di Neandertal erano uomini perfetti: avevano solo il torto di avere una
corporatura più robusta e massiccia o il naso prominente o aquilino. È ben
vero: ma ancor oggi ci sono tipi umani o razze (se è ancora lecito usare questo termine) che hanno fisico più robusto e massiccio di quello di altri.
E poi c’è questa spasmodica ricerca dell’anello mancante.
E invero spesso le agenzie di stampa diffondono comunicati con i quali
annunciano il ritrovamento dell’anello mancate tra la scimmia e l’uomo, che
sarebbe il tocco finale per chiudere la questione evoluzione. Il fatto che queste notizie siano frequenti già dimostra che l’anello manca e che quindi c’è una differenza incolmabile tra scimmia e uomo. Del resto se l’avessero trovato una volta per tutte non ci sarebbe bisogno di reiterare continuamente la notizia.
Ma analizziamo una delle ultime:
Nell’aprile del 2010 «è stata lanciata la notizia del ritrovamento in
Sudafrica dello scheletro parziale di un bambino risalente a due milioni di
anni fa nella grotta Malapa, non molto distante da Johannesburg e da
Sterkfontein, un sito ben noto nella paleoantropologia per altri reperti di
ominidi segnalati nel 1947 e anche in seguito. Nella grotta sono stati trovati alcuni scheletri e per quello di un bambino di undici-dodici anni sono state fornite le prime osservazioni. Viene riferito a una nuova specie
australopitecina, denominata ‘Australopithecus Sediba’ (da un termine che
in lingua locale significa ‘buon inizio’) e rientra nella fase evolutiva che ha preceduto la comparsa dell’uomo. Il nuovo reperto, come riferisce la rivista Science’, presenta caratteristiche australopitecine nella morfologia e nella capacità cranica (420 cc), nella taglia corporea (un metro e trenta), nella lunghezza delle braccia. … Sembra più probabile che si tratti di un australopiteco africano sopravvissuto, sempre che l’attenuazione di qualche carattere australopitecino non sia da mettere in relazione con l’età giovanile» (5).
Viene da considerare che voler inserire questo reperto fossile nella catena
evolutiva dell’uomo sembra una grossa forzatura. Basta solo osservare che
una capacità cranica di 420 cc è inferiore a quella degli attuali scimpanzé ed è molto lontana da quella dell’uomo (1.250-1.500 cc). I fossili che vengono considerati gli antenati degli uomini, lo ripetiamo, appartengono di fatto o a diverse razze umane o a specie di scimmie (6).
Senza voler ricorrere al dettato di Gesù a Maria Valtorta del 30 dicembre 1946 (7) il semplice uso della retta ragione fa riconoscere che l’uomo si differenzia dal resto degli esseri viventi per l’intelligenza, di cui il linguaggio verbale è una caratteristica. Qualcuno potrebbe obbiettare che anche altri animali sono intelligenti: è facile rispondere che quella degli animali cosiddetti intelligenti, come il cane o il delfino, non è intelligenza ma solo memoria e istinto, così com’è solo istinto anche il linguaggio sociale ad esempio delle formiche o delle api.
Il professor Rocco Pititto, dell’Università di Napoli Federico II, sintetizza in questo modo: il linguaggio verbale è una dote originaria e caratteristica dell’essere dell’uomo, «un bene e un’eredità comune» a tutti gli uomini. Il linguaggio è una capacità esclusiva dell’Homo sapiens sapiens, quell’essere giunto, infine, al culmine della sua evoluzione biologica e culturale, seguendo dei percorsi, che lo hanno portato a differenziarsi dagli altri animali e a specializzarsi all’interno della sua specie. La capacità dell’uomo di parlare e significare, da un lato, si situa nelle strutture biologiche dell’uomo (eredità biologica), dall’altro richiede un particolare apprendimento, determinato dalla natura relazionale dell’essere dell’uomo (apprendimento sociale). E’ una
buona sintesi anche se c’è l’immancabile richiamo all’evoluzionismo. Afferma però un concetto irrefutabile: il linguaggio verbale è una capacità esclusiva dell’uomo. Per parlare condizione necessaria ma non sufficiente è il possesso di adeguate strutture biologiche, che solo l’uomo ha (la faringe, la laringe, la lingua e la bocca, nonché le aree cerebrali predisposte).
Ma non basta avere perfetto apparato fonatorio: il bambino per imparare a
parlare ha bisogno anche di un particolare apprendimento, che nella maggior
parte dei casi avviene naturalmente, ascoltando i genitori o chi per loro.
Purtroppo si può essere muti per due ordini di motivi: o perché privi anche di uno solo degli organi preposti alla produzione del suono o perché
semplicemente sordi dalla nascita. I sordomuti sono persone in possesso
spesso di un apparato fonatorio perfetto, ma nonostante ciò non sono in
grado di parlare, perché è mancato loro l’apprendimento sociale. Infatti i nati sordi o divenuti tali per malattia nel primo anno di vita, pur avendo tutti i mezzi fisici per parlare, non potendo ascoltare parole umane, restano muti se non vengono rieducati per tempo. Osserviamo ancora che bambini allevati da animali imparano il linguaggio dell’animale che li ha allevati: famosi sono i casi di bambini lupo o scimmia, che ritornati solo in età adulta nel consesso civile non hanno più imparato a parlare (la leggenda di Tarzan è vera al contrario).
Di esperienza comune è il caso dei bambini che apprendono naturalmente e
senza fatica la lingua madre. Per imparare a parlare occorre ascoltare
qualcuno che parli la lingua: se ascolti l’italiano impari l’italiano, se ascolti il giapponese impari il giapponese: è una verità a cui non si sfugge (8). Se non puoi ascoltare perché non c’è nessuno che t’insegni o sei sordo, non impari a parlare: i sordomuti sono muti a causa della loro sordità (non perché manchino di laringe o faringe).
Pertanto il primo uomo non poteva imparare a parlare da solo: aveva bisogno
necessariamente di ascoltare la voce di un Altro (confronta ad esempio Genesi 3:8 «Poi udirono la voce di Dio il Signore…»). E questa è una prova logica contro l’evoluzionismo.
Si capisce perciò il senso della nota del 1866 della Société de Linguistique de Paris, che aveva vietato qualsiasi comunicazione
relativa al tema dell’origine del linguaggio. Infatti le resistenze e i sospetti di molti studiosi contemporanei nei confronti del tema continuano, così come la diffidenza degli studiosi di stampo umanista nei confronti dell’evoluzionismo darwiniano.
La nostra lo ammettiamo non è una prova scientifica: è solo una
dimostrazione logica. Dal punto di vista della scienza sperimentale, entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionista che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare.
Noi per il momento ci potremmo accontentare che l’evoluzionismo venisse
presentato come è nella realtà: un’ipotesi scientifica in attesa che vengano trovate le eventuali prove verificate. E che soprattutto nelle scuole e anche negli oratorii gli argomenti a favore della creazione dell’uomo venissero presentati in maniera imparziale.
Alfonso Marzocco
1) Andersson U. e altri, Long Noncoding RNAs with Enhancer-like Function
in Human Cells, Cell 2010, 143:46-48. «Signori, è giunta l’ora di cancellare dal vocabolario l’espressione ‘DNA spazzatura’: questo termine, utilizzato per definire quel 98% del genoma che non codifica per proteine, può ormai ritenersi obsoleto. E’ stato coniato in un periodo in cui si credeva ancora che tutto il lavoro, nelle cellule, lo facessero le proteine, e che il DNA non tradotto poteva essere tranquillamente liquidato come un retaggio evolutivo senza alcuna funzione. Negli ultimi anni, tuttavia, la scienza è tornata sui propri passi, avendo scoperto che quella parte del genoma tanto bistrattata possiede in realtà delle importanti funzioni di regolazione: dopotutto, i trascritti che vengono convertiti in proteine sono solo una piccola parte rispetto alle montagne di RNA prodotti dalle cellule. ‘RNA interference’ e microRNA’, scoperti negli anni ‘90, sono gli esponenti più illustri di questo
esercito di nuovi attori saliti alla ribalta, ma non sono i soli».
2) La faringe è una struttura tipica dell’uomo, manca anche nei primati più
vicini a noi. E’ un piccolo spazio che si trova nella cavità oro-boccale, tra l’epiglottide ed il palato molle. Nella specie umana, i suoni sono formati nella laringe dalla vibrazione delle corde vocali. Queste vibrazioni passano attraverso la laringe ed arrivano alla bocca, dove sono nuovamente modificate.
3) La conquista della stazione e della deambulazione eretta, da un punto di
vista evolutivo, dicono gli esperti, è di difficile acquisizione ed è molto più improbabile dello stesso sviluppo del cervello.
4) Confronta Lord Solly Zuckerman e i professori Charles Oxnard, Holly
Smith, Fred Spoor, Bernard Wood e Frans Zonneveld.
5) Fiorenzo Facchini, Un altro homo ma è un uomo? La leggenda dell’anello
mancante: un anello che lega chi a chi?
6) Harun Yahya, L’inganno dell’evoluzione,
www.lingannodellevoluzione.com/index.php
7) Maria Valtorta, I Quaderni dal 1945 al 50, Isola Liri, CEV, «Scrive infatti la mistica il 30 dicembre 1946: Sento la notizia che hanno ritrovato in una caverna scheletri di uomo-scimmia. Resto pensierosa dicendo: Come possono asserire ciò? Saranno stati brutti uomini. Volti scimmieschi e corpi scimmieschi ce ne sono anche ora. Forse i primitivi erano diversi da noi nello scheletro. Mi viene un altro pensiero: Ma diversi in bellezza. Non posso pensare che i primi uomini fossero più brutti di noi essendo più vicini all’esemplare perfetto che Dio aveva creato e che certo era bellissimo oltre che fortissimo. Penso a come la bellezza dell’opera creativa più perfetta si sia potuta avvilire tanto da permettere agli scienzati di negare che l’uomo sia stato creato uomo da Dio e non sia l’evoluzione umana della scimmia. Gesù mi parla e dice: ‘Cerca la chiave nel capo 6° della Genesi. Leggilo’. Lo leggo.
Gesù mi chiede: ‘Capisci?’. No, Signore. Capisco che gli uomini divennero
subito corrotti e nulla più. Non so che attinenza abbia il capitolo con l’uomoscimmia.
Gesù sorride e risponde: ‘Non sei sola a non capire. Non capiscono
i sapienti e non gli scienziati, non i credenti e non gli atei. Stai attenta. E comincia a recitare: E avendo cominciato gli uomini a moltiplicarsi sulla terra e avendo avuto delle figlie i figli di Dio, o figli di Set, videro che le figlie degli uomini (figlie di Caino) erano belle e sposarono quelle che fra tutte a loro piacquero... Ora dunque, dopo che i figli di Dio si congiunsero con le figlie degli uomini e queste partorirono, ne vennero fuori quegli uomini potenti, famosi nei secoli’. ‘Sono gli uomini che per potenza del loro scheletro colpiscono i vostri scienziati, che ne deducono che al principio dei tempi l’uomo era molto più alto e forte di quanto è attualmente, e dalla struttura del loro cranio deducono che l’uomo derivi dalla scimmia. I soliti errori degli uomini davanti ai misteri del creato’ ».
8) Significativa al riguardo ad esempio è l’esperienza di Santa Giuseppina
Bakhita, che nata in Sudan e vissuta, dopo aver conosciuto la schiavitù in
Africa, tra le suore Canossiane di Schio (Vicenza) parlava non l’italiano ma solo il dialetto veneto.
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I biologi raggruppano gli esseri viventi in base ai criteri
da loro stessi utilizzati. Già Aristotele classificò gli
animali in base ai loro mezzi di locomozione e
all’ambiente in cui vivevano.
Linneo sistemò le specie in base alle caratteristiche morfologiche condivise. Il suo sistema fu accettato dagli scienziati e i suoi raggruppamenti furono ccontinuamente perfezionati fino a quando essi
furono riletti secondo le teorie evoluzioniste di discendenza filogenetica proposte da Charles Darwin.
In base a questi concetti noi uomini (Homo sapiens sapiens, Linneo, 1758)
siamo stati incasellati nella famiglia degli ominidi che comprende numerosi
generi estinti e sette diverse specie viventi di grandi scimmie. In pratica
secondo questi criteri evolutivi siamo dei primati bipedi. Non si può infatti negare che l’uomo ha in comune con gli atri primati, dall’uistitì pigmeo al gorilla, le seguenti caratteristiche:
- 5 dita su ogni zampa, con un pollice opponibile e corte unghie per una presa salda su rami e cibo;
- una dentatura non specializzata, vale a dire una dieta onnivora;
- visione a colori e binoculare, con gli occhi cioè rivolti in avanti, per
visualizzare bene le distanze in maniera tridimensionale.
Ci hanno perciò fatto la cortesia di classificarci nella famiglia degli Ominidi (Hominidae, Gray 1825) noti anche come grandi scimmie. Di questo gruppo fanno parte gli oranghi, i gorilla, gli scimpanzé, il genere Homo ed alcuni gruppi fossili, tra i quali gli australopiteci.
Le specie più vicine all’uomo costituiscono poi la sottofamiglia degli Ominini (Homininae). Non è chiaro l’esatto criterio che contraddistingue gli Ominini, ma sono incluse nella sottofamiglia le specie che posseggono almeno il 97% del DNA corrispondente al genoma umano ed hanno qualche capacità di comunicare tra gli individui e una socialità nella famiglia e del branco.
Ora il genoma degli scimpanzé corrisponde al 98,6% a quello dell’uomo e non
ci sono del resto enormi differenze in contenuto genico fra Homo sapiens e gli altri mammiferi quali ad esempio il topo (Mouse Genome Sequencing
Consortium, Nature 2002). Addirittura il pesce palla ha essenzialmente gli
stessi geni e le stesse sequenze geniche regolatorie dell’uomo, ma con solo un ottavo di DNA spazzatura (1). Dai vari progetti sul genoma si ricava che sono più del 99% i geni in comune tra topi e uomini. Però anche i biologi si rendono conto che voler dedurre da ciò una discendenza dell’uomo dal topo sarebbe solo una semplificazione.
Infatti classificare usando come criteri alcuni aspetti materiali e non quelli essenziali è un modo ben suggestivo e probabilmente approssimativo.
Ma anche a voler limitare per il momento le osservazioni all’aspetto fisico
dobbiamo osservare differenze fondamentali tra l’uomo e gli altri primati:
l’uomo è l’unico animale ad avere la faringe (2) ed è l’unico mammifero a
camminare in posizione eretta (3).
Già questi due piccoli particolari avrebbero dovuto far riflettere gli esperti dal classificare nella stessa famiglia scimmie e uomini. Ma evidentemente la troppa erudizione talvolta obnubila la mente, considerato che pure al mercato rionale hanno il buon senso di dividere le mele dalle arance anche se sono entrambe sferiche.
Quando si tratta di catalogare ad esempio i libri, il bibliotecario non tiene certo conto solo del formato della copertina o del numero delle pagine: li cataloga per soggetto e per autore e titolo. Tiene conto cioè del contenuto. Il fatto che gli scrittori e i poeti usino le stesse parole, la medesima punteggiatura e uguali segni ortografici non implica necessariamente che l’uno abbia copiato dall’altro: quello che conta realmente è l’essenza cioè il filo logico che tiene assieme le parole e i concetti. Così il fatto che esseri viventi siano formati delle stesse proteine e minerali e che addirittura abbiano una struttura genomica simile per il 90 % non implica necessariamente che l’uno si sia evoluto dall’altro.
Che poi ci sia una catena evolutiva ininterrotta tra la cellula e l’uomo è una leggenda. La realtà è che le scimmie sono scimmie e gli uomini sono uomini: tra le due specie c’è un abisso. Che abbiano dato il nome di Australopithecus (da australe + píthēkos (greco) scimmia), Homo erectus, Homo habilis ad alcuni fossili estinti, usando una terminologia che mette assieme volutamente scimmia e uomo, tentando di far credere che essi appartengano in maniera indiscussa alla stessa catena evolutiva è un compassionevole tentativo destinato a un ben misero fallimento. Già alcuni degli scienziati più onesti riconoscono che questi fossili, benché abbiano il nome di Homo, sono delle scimmie estinte (tra l’altro camminavano ricurve come le attuali scimmie) (4).
Gli altri fossili come l’Uomo di Cro-Magnon, l’Uomo di Oberkassel, l’Uomo di Neandertal erano uomini perfetti: avevano solo il torto di avere una
corporatura più robusta e massiccia o il naso prominente o aquilino. È ben
vero: ma ancor oggi ci sono tipi umani o razze (se è ancora lecito usare questo termine) che hanno fisico più robusto e massiccio di quello di altri.
E poi c’è questa spasmodica ricerca dell’anello mancante.
E invero spesso le agenzie di stampa diffondono comunicati con i quali
annunciano il ritrovamento dell’anello mancate tra la scimmia e l’uomo, che
sarebbe il tocco finale per chiudere la questione evoluzione. Il fatto che queste notizie siano frequenti già dimostra che l’anello manca e che quindi c’è una differenza incolmabile tra scimmia e uomo. Del resto se l’avessero trovato una volta per tutte non ci sarebbe bisogno di reiterare continuamente la notizia.
Ma analizziamo una delle ultime:
Nell’aprile del 2010 «è stata lanciata la notizia del ritrovamento in
Sudafrica dello scheletro parziale di un bambino risalente a due milioni di
anni fa nella grotta Malapa, non molto distante da Johannesburg e da
Sterkfontein, un sito ben noto nella paleoantropologia per altri reperti di
ominidi segnalati nel 1947 e anche in seguito. Nella grotta sono stati trovati alcuni scheletri e per quello di un bambino di undici-dodici anni sono state fornite le prime osservazioni. Viene riferito a una nuova specie
australopitecina, denominata ‘Australopithecus Sediba’ (da un termine che
in lingua locale significa ‘buon inizio’) e rientra nella fase evolutiva che ha preceduto la comparsa dell’uomo. Il nuovo reperto, come riferisce la rivista Science’, presenta caratteristiche australopitecine nella morfologia e nella capacità cranica (420 cc), nella taglia corporea (un metro e trenta), nella lunghezza delle braccia. … Sembra più probabile che si tratti di un australopiteco africano sopravvissuto, sempre che l’attenuazione di qualche carattere australopitecino non sia da mettere in relazione con l’età giovanile» (5).
Viene da considerare che voler inserire questo reperto fossile nella catena
evolutiva dell’uomo sembra una grossa forzatura. Basta solo osservare che
una capacità cranica di 420 cc è inferiore a quella degli attuali scimpanzé ed è molto lontana da quella dell’uomo (1.250-1.500 cc). I fossili che vengono considerati gli antenati degli uomini, lo ripetiamo, appartengono di fatto o a diverse razze umane o a specie di scimmie (6).
Senza voler ricorrere al dettato di Gesù a Maria Valtorta del 30 dicembre 1946 (7) il semplice uso della retta ragione fa riconoscere che l’uomo si differenzia dal resto degli esseri viventi per l’intelligenza, di cui il linguaggio verbale è una caratteristica. Qualcuno potrebbe obbiettare che anche altri animali sono intelligenti: è facile rispondere che quella degli animali cosiddetti intelligenti, come il cane o il delfino, non è intelligenza ma solo memoria e istinto, così com’è solo istinto anche il linguaggio sociale ad esempio delle formiche o delle api.
Il professor Rocco Pititto, dell’Università di Napoli Federico II, sintetizza in questo modo: il linguaggio verbale è una dote originaria e caratteristica dell’essere dell’uomo, «un bene e un’eredità comune» a tutti gli uomini. Il linguaggio è una capacità esclusiva dell’Homo sapiens sapiens, quell’essere giunto, infine, al culmine della sua evoluzione biologica e culturale, seguendo dei percorsi, che lo hanno portato a differenziarsi dagli altri animali e a specializzarsi all’interno della sua specie. La capacità dell’uomo di parlare e significare, da un lato, si situa nelle strutture biologiche dell’uomo (eredità biologica), dall’altro richiede un particolare apprendimento, determinato dalla natura relazionale dell’essere dell’uomo (apprendimento sociale). E’ una
buona sintesi anche se c’è l’immancabile richiamo all’evoluzionismo. Afferma però un concetto irrefutabile: il linguaggio verbale è una capacità esclusiva dell’uomo. Per parlare condizione necessaria ma non sufficiente è il possesso di adeguate strutture biologiche, che solo l’uomo ha (la faringe, la laringe, la lingua e la bocca, nonché le aree cerebrali predisposte).
Ma non basta avere perfetto apparato fonatorio: il bambino per imparare a
parlare ha bisogno anche di un particolare apprendimento, che nella maggior
parte dei casi avviene naturalmente, ascoltando i genitori o chi per loro.
Purtroppo si può essere muti per due ordini di motivi: o perché privi anche di uno solo degli organi preposti alla produzione del suono o perché
semplicemente sordi dalla nascita. I sordomuti sono persone in possesso
spesso di un apparato fonatorio perfetto, ma nonostante ciò non sono in
grado di parlare, perché è mancato loro l’apprendimento sociale. Infatti i nati sordi o divenuti tali per malattia nel primo anno di vita, pur avendo tutti i mezzi fisici per parlare, non potendo ascoltare parole umane, restano muti se non vengono rieducati per tempo. Osserviamo ancora che bambini allevati da animali imparano il linguaggio dell’animale che li ha allevati: famosi sono i casi di bambini lupo o scimmia, che ritornati solo in età adulta nel consesso civile non hanno più imparato a parlare (la leggenda di Tarzan è vera al contrario).
Di esperienza comune è il caso dei bambini che apprendono naturalmente e
senza fatica la lingua madre. Per imparare a parlare occorre ascoltare
qualcuno che parli la lingua: se ascolti l’italiano impari l’italiano, se ascolti il giapponese impari il giapponese: è una verità a cui non si sfugge (8). Se non puoi ascoltare perché non c’è nessuno che t’insegni o sei sordo, non impari a parlare: i sordomuti sono muti a causa della loro sordità (non perché manchino di laringe o faringe).
Pertanto il primo uomo non poteva imparare a parlare da solo: aveva bisogno
necessariamente di ascoltare la voce di un Altro (confronta ad esempio Genesi 3:8 «Poi udirono la voce di Dio il Signore…»). E questa è una prova logica contro l’evoluzionismo.
Si capisce perciò il senso della nota del 1866 della Société de Linguistique de Paris, che aveva vietato qualsiasi comunicazione
relativa al tema dell’origine del linguaggio. Infatti le resistenze e i sospetti di molti studiosi contemporanei nei confronti del tema continuano, così come la diffidenza degli studiosi di stampo umanista nei confronti dell’evoluzionismo darwiniano.
La nostra lo ammettiamo non è una prova scientifica: è solo una
dimostrazione logica. Dal punto di vista della scienza sperimentale, entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionista che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare.
Noi per il momento ci potremmo accontentare che l’evoluzionismo venisse
presentato come è nella realtà: un’ipotesi scientifica in attesa che vengano trovate le eventuali prove verificate. E che soprattutto nelle scuole e anche negli oratorii gli argomenti a favore della creazione dell’uomo venissero presentati in maniera imparziale.
Alfonso Marzocco
1) Andersson U. e altri, Long Noncoding RNAs with Enhancer-like Function
in Human Cells, Cell 2010, 143:46-48. «Signori, è giunta l’ora di cancellare dal vocabolario l’espressione ‘DNA spazzatura’: questo termine, utilizzato per definire quel 98% del genoma che non codifica per proteine, può ormai ritenersi obsoleto. E’ stato coniato in un periodo in cui si credeva ancora che tutto il lavoro, nelle cellule, lo facessero le proteine, e che il DNA non tradotto poteva essere tranquillamente liquidato come un retaggio evolutivo senza alcuna funzione. Negli ultimi anni, tuttavia, la scienza è tornata sui propri passi, avendo scoperto che quella parte del genoma tanto bistrattata possiede in realtà delle importanti funzioni di regolazione: dopotutto, i trascritti che vengono convertiti in proteine sono solo una piccola parte rispetto alle montagne di RNA prodotti dalle cellule. ‘RNA interference’ e microRNA’, scoperti negli anni ‘90, sono gli esponenti più illustri di questo
esercito di nuovi attori saliti alla ribalta, ma non sono i soli».
2) La faringe è una struttura tipica dell’uomo, manca anche nei primati più
vicini a noi. E’ un piccolo spazio che si trova nella cavità oro-boccale, tra l’epiglottide ed il palato molle. Nella specie umana, i suoni sono formati nella laringe dalla vibrazione delle corde vocali. Queste vibrazioni passano attraverso la laringe ed arrivano alla bocca, dove sono nuovamente modificate.
3) La conquista della stazione e della deambulazione eretta, da un punto di
vista evolutivo, dicono gli esperti, è di difficile acquisizione ed è molto più improbabile dello stesso sviluppo del cervello.
4) Confronta Lord Solly Zuckerman e i professori Charles Oxnard, Holly
Smith, Fred Spoor, Bernard Wood e Frans Zonneveld.
5) Fiorenzo Facchini, Un altro homo ma è un uomo? La leggenda dell’anello
mancante: un anello che lega chi a chi?
6) Harun Yahya, L’inganno dell’evoluzione,
www.lingannodellevoluzione.com/index.php
7) Maria Valtorta, I Quaderni dal 1945 al 50, Isola Liri, CEV, «Scrive infatti la mistica il 30 dicembre 1946: Sento la notizia che hanno ritrovato in una caverna scheletri di uomo-scimmia. Resto pensierosa dicendo: Come possono asserire ciò? Saranno stati brutti uomini. Volti scimmieschi e corpi scimmieschi ce ne sono anche ora. Forse i primitivi erano diversi da noi nello scheletro. Mi viene un altro pensiero: Ma diversi in bellezza. Non posso pensare che i primi uomini fossero più brutti di noi essendo più vicini all’esemplare perfetto che Dio aveva creato e che certo era bellissimo oltre che fortissimo. Penso a come la bellezza dell’opera creativa più perfetta si sia potuta avvilire tanto da permettere agli scienzati di negare che l’uomo sia stato creato uomo da Dio e non sia l’evoluzione umana della scimmia. Gesù mi parla e dice: ‘Cerca la chiave nel capo 6° della Genesi. Leggilo’. Lo leggo.
Gesù mi chiede: ‘Capisci?’. No, Signore. Capisco che gli uomini divennero
subito corrotti e nulla più. Non so che attinenza abbia il capitolo con l’uomoscimmia.
Gesù sorride e risponde: ‘Non sei sola a non capire. Non capiscono
i sapienti e non gli scienziati, non i credenti e non gli atei. Stai attenta. E comincia a recitare: E avendo cominciato gli uomini a moltiplicarsi sulla terra e avendo avuto delle figlie i figli di Dio, o figli di Set, videro che le figlie degli uomini (figlie di Caino) erano belle e sposarono quelle che fra tutte a loro piacquero... Ora dunque, dopo che i figli di Dio si congiunsero con le figlie degli uomini e queste partorirono, ne vennero fuori quegli uomini potenti, famosi nei secoli’. ‘Sono gli uomini che per potenza del loro scheletro colpiscono i vostri scienziati, che ne deducono che al principio dei tempi l’uomo era molto più alto e forte di quanto è attualmente, e dalla struttura del loro cranio deducono che l’uomo derivi dalla scimmia. I soliti errori degli uomini davanti ai misteri del creato’ ».
8) Significativa al riguardo ad esempio è l’esperienza di Santa Giuseppina
Bakhita, che nata in Sudan e vissuta, dopo aver conosciuto la schiavitù in
Africa, tra le suore Canossiane di Schio (Vicenza) parlava non l’italiano ma solo il dialetto veneto.
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venerdì 28 gennaio 2011
ROSY BINDI: CASO RUBY, INTERCETTAZIONI FINALIZZATE ALLE DIMISSIONI DI BERLUSCONI?
Lettera 14
Caro Dago, sono l'unico ad aver notato questo lapsus freudiano della Bindi ad Annozero? "Se Berlusconi voleva evitare tutto questo spreco di intercettazioni, doveva dimettersi ad ottobre quando uscì il caso Ruby"... insomma, ci sta dicendo che se il Banana avesse gettato la spugna i magistrati avrebbero messo da parte "l'obbligatorietà dell'azione penale"?
Emanuele Mastrangelo
da Dagospia 28 gennaio 2011
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Caro Dago, sono l'unico ad aver notato questo lapsus freudiano della Bindi ad Annozero? "Se Berlusconi voleva evitare tutto questo spreco di intercettazioni, doveva dimettersi ad ottobre quando uscì il caso Ruby"... insomma, ci sta dicendo che se il Banana avesse gettato la spugna i magistrati avrebbero messo da parte "l'obbligatorietà dell'azione penale"?
Emanuele Mastrangelo
da Dagospia 28 gennaio 2011
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giovedì 27 gennaio 2011
MARIA VALTORTA: PAPA PIO XII, SERVO ESEMPLARE DI GESU'
Maria VALTORTA
I QUADERNI DEL 1943
Centro Editoriale Valtortiano
ordinati per DATA di scrittura come l'Edizione 2006
20 novembre 1943 . Isaia Cap. 22 v. 11-14-18
Dice Gesù:
«... E tu, primo fra i miei figli [papa Pio XII,come si comprende dalle parole che seguono] fortifica il tuo cuore appoggiando la bocca alla mistica fonte del mio petto squarciato. Come sei il mio araldo, e più che araldo il mio Vicario sulla terra, colui che rappresenta l’Agnello, e dell’Agnello hai cuore e parola, così sarai un novello Cristo nel dolore e
nella sorte.
Quanto dolore è già nel calice che si avvicina! E non ti giova
l’averne già tanto bevuto e l’esser vissuto da giusto! Non ti giova perché il dolore lo riempie sempre più quanto più tu ne bevi, perché esso dolore è distillato e munto dalla Forza a noi nemica, la quale non potendo mordere il Cristo morde le carni delle sue creature. E quale creatura più creatura mia di te, che sei mite e giusto, che sei evangelico come il mio Giovanni?
Come il Prediletto, affìssati nel Cielo fino a farti rapire dall’ardore della contemplazione, perché l’ora del dolore è sempre più vicina ed hai bisogno di esser saturo di contemplazione per poter subire la passione senza piegare.
Rimani “Luce del mondo” in mia vece, anche se le tenebre ti monteranno addosso per schiacciarti.
Anche cadendo tieni alzata la mia Croce che è Luce. Anche morendo fa’ udire la Voce che parla dal Cielo attraverso te, mio Servo esemplare.
Hai pianto e non è giovato che tu conoscessi il segreto di Fatima. Le tue cure al mondo si sono rivolte contro di te come quelle che si usano ad un ossesso. Ma non importa. Mia Madre è con te ed Io con Lei.
Noi siamo presso le grandi “voci” e le piccole “voci” che parlano in nome mio e che consumano se stessi perché la Voce del Cristo suoni ancora in questa terra brulicante di demoni. Siate benedetti, grandi e piccoli portatori della Parola. Noi vinceremo contro Satana. Io ve lo dico. E nell’ora della vittoria la mia stessa Luce sarà la vostra luce che vi farà splendenti come nuovi soli.»
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I QUADERNI DEL 1943
Centro Editoriale Valtortiano
ordinati per DATA di scrittura come l'Edizione 2006
20 novembre 1943 . Isaia Cap. 22 v. 11-14-18
Dice Gesù:
«... E tu, primo fra i miei figli [papa Pio XII,come si comprende dalle parole che seguono] fortifica il tuo cuore appoggiando la bocca alla mistica fonte del mio petto squarciato. Come sei il mio araldo, e più che araldo il mio Vicario sulla terra, colui che rappresenta l’Agnello, e dell’Agnello hai cuore e parola, così sarai un novello Cristo nel dolore e
nella sorte.
Quanto dolore è già nel calice che si avvicina! E non ti giova
l’averne già tanto bevuto e l’esser vissuto da giusto! Non ti giova perché il dolore lo riempie sempre più quanto più tu ne bevi, perché esso dolore è distillato e munto dalla Forza a noi nemica, la quale non potendo mordere il Cristo morde le carni delle sue creature. E quale creatura più creatura mia di te, che sei mite e giusto, che sei evangelico come il mio Giovanni?
Come il Prediletto, affìssati nel Cielo fino a farti rapire dall’ardore della contemplazione, perché l’ora del dolore è sempre più vicina ed hai bisogno di esser saturo di contemplazione per poter subire la passione senza piegare.
Rimani “Luce del mondo” in mia vece, anche se le tenebre ti monteranno addosso per schiacciarti.
Anche cadendo tieni alzata la mia Croce che è Luce. Anche morendo fa’ udire la Voce che parla dal Cielo attraverso te, mio Servo esemplare.
Hai pianto e non è giovato che tu conoscessi il segreto di Fatima. Le tue cure al mondo si sono rivolte contro di te come quelle che si usano ad un ossesso. Ma non importa. Mia Madre è con te ed Io con Lei.
Noi siamo presso le grandi “voci” e le piccole “voci” che parlano in nome mio e che consumano se stessi perché la Voce del Cristo suoni ancora in questa terra brulicante di demoni. Siate benedetti, grandi e piccoli portatori della Parola. Noi vinceremo contro Satana. Io ve lo dico. E nell’ora della vittoria la mia stessa Luce sarà la vostra luce che vi farà splendenti come nuovi soli.»
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mercoledì 12 gennaio 2011
PADRE RAFFAELE DE GHANTUZ CUBBE, “Giusto tra le Nazioni”
Israele premia gesuita italiano: «salvò ebrei anche grazie al consenso delle massime autorità cattoliche»
da antiuaar
In Chiesa e Nazismo su 12 gennaio 2011 a 14:50
La medaglia di “Giusto tra le Nazioni” è stata consegnata qualche settimana fa a Roma dall’Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, alla memoria di padre Raffaele de Ghantuz Cubbe. Il padre gesuita ha infatti salvato dallo sterminio tre bambini ebrei durante gli anni 1942-1947, quando nel bel mezzo della guerra mondiale, il regime nazista catturava e deportava tutta la popolazione di origine ebraica al fine di portarla nel campi di sterminio. In quell’epoca padre Raffaele de Ghantuz Cubbe ricopriva l’incarico di rettore del Nobile Collegio di Mondragone presso Frascati ed era vice presidente della Pontificia Opera di Assistenza (POA), voluta da Pio XII per il sostegno delle vittime della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il 16 ottobre 1943, quando i nazisti fecero irruzione nel ghetto di Roma per deportare tutti gli ebrei, Graziano Sonnino insieme al fratello Mario ed al cugino Marco Pavoncello dopo aver cercato rifugio nella campagna romana riuscirono a mettersi in salvo nel Nobile Collegio di Mondragone presso Frascati dove furono ospitati fino a guerra conclusa. Graziano Sonnino ha raccontato: «L’accoglienza di padre Cubbe ci salvò dalla Shoah e dalla follia nazista. E ci permise di vivere in modo quasi normale quel periodo difficile. Alla fine del guerra restammo al convitto per altri 4 anni. E’ stato padre Cubbe – ha aggiunto -, insieme con i suoi confratelli, padre Primo Renieri, padre Dante Marsecano, padre Alberto Parisi, padre Ulisse Floridi, padre Silvio Benassi e padre Umberto Zaccari, ad accoglierci sotto la loro protezione e a far sì che la furia omicidia che si agitava sul capo degli ebrei non ci colpisse». Nel corso della cerimonia la dottoressa Livia Link, consigliere per gli Affari Pubblici e Politici dell’Ambasciata d’Israele a Roma, ha spiegato che come si legge nella motivazione del riconoscimento, padre Cubbe «scelse di nascondere i ragazzi a rischio della sua stessa vita e senza tentativi di convertire i piccoli alla fede cattolica». Infatti padre Cubbe non soltanto nascose e protesse i piccoli, ma si dimostrò sempre rispettoso della loro identità ebraica consentendo loro di rispettare anche le proprie regole alimentari. Il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, era presente ed ha ricordato che suo padre stesso fu salvato da un sacerdote cattolico. Ha sottolineato che tra i Giusti riconosciuti dallo Yad vaShem ci sono 487 italiani. Nel consegnare la medaglia dei Giusti nella mani del nipote di padre Cubbe, l’onorevole Mordechay Lewy, ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, ha detto una cosa di fondamentale importanza: «Il suo coraggio e la sua compassione lo hanno portato a salvare la vita ad ebrei. Onorando la sua memoria evidenziamo il suo coraggio personale ma ricordiamo anche quello dei molti religiosi che in Italia, e a Roma in particolare, si distinsero nel salvataggio di ebrei. E’ stato certamente il loro istinto umanitario, ma sarebbe poco saggio ritenere che hanno agito senza il consenso dei loro superiori e delle massime autorità cattoliche». La notizia è apparsa anche sull’agenzia Zenit.it.
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da antiuaar
In Chiesa e Nazismo su 12 gennaio 2011 a 14:50
La medaglia di “Giusto tra le Nazioni” è stata consegnata qualche settimana fa a Roma dall’Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, alla memoria di padre Raffaele de Ghantuz Cubbe. Il padre gesuita ha infatti salvato dallo sterminio tre bambini ebrei durante gli anni 1942-1947, quando nel bel mezzo della guerra mondiale, il regime nazista catturava e deportava tutta la popolazione di origine ebraica al fine di portarla nel campi di sterminio. In quell’epoca padre Raffaele de Ghantuz Cubbe ricopriva l’incarico di rettore del Nobile Collegio di Mondragone presso Frascati ed era vice presidente della Pontificia Opera di Assistenza (POA), voluta da Pio XII per il sostegno delle vittime della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il 16 ottobre 1943, quando i nazisti fecero irruzione nel ghetto di Roma per deportare tutti gli ebrei, Graziano Sonnino insieme al fratello Mario ed al cugino Marco Pavoncello dopo aver cercato rifugio nella campagna romana riuscirono a mettersi in salvo nel Nobile Collegio di Mondragone presso Frascati dove furono ospitati fino a guerra conclusa. Graziano Sonnino ha raccontato: «L’accoglienza di padre Cubbe ci salvò dalla Shoah e dalla follia nazista. E ci permise di vivere in modo quasi normale quel periodo difficile. Alla fine del guerra restammo al convitto per altri 4 anni. E’ stato padre Cubbe – ha aggiunto -, insieme con i suoi confratelli, padre Primo Renieri, padre Dante Marsecano, padre Alberto Parisi, padre Ulisse Floridi, padre Silvio Benassi e padre Umberto Zaccari, ad accoglierci sotto la loro protezione e a far sì che la furia omicidia che si agitava sul capo degli ebrei non ci colpisse». Nel corso della cerimonia la dottoressa Livia Link, consigliere per gli Affari Pubblici e Politici dell’Ambasciata d’Israele a Roma, ha spiegato che come si legge nella motivazione del riconoscimento, padre Cubbe «scelse di nascondere i ragazzi a rischio della sua stessa vita e senza tentativi di convertire i piccoli alla fede cattolica». Infatti padre Cubbe non soltanto nascose e protesse i piccoli, ma si dimostrò sempre rispettoso della loro identità ebraica consentendo loro di rispettare anche le proprie regole alimentari. Il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, era presente ed ha ricordato che suo padre stesso fu salvato da un sacerdote cattolico. Ha sottolineato che tra i Giusti riconosciuti dallo Yad vaShem ci sono 487 italiani. Nel consegnare la medaglia dei Giusti nella mani del nipote di padre Cubbe, l’onorevole Mordechay Lewy, ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, ha detto una cosa di fondamentale importanza: «Il suo coraggio e la sua compassione lo hanno portato a salvare la vita ad ebrei. Onorando la sua memoria evidenziamo il suo coraggio personale ma ricordiamo anche quello dei molti religiosi che in Italia, e a Roma in particolare, si distinsero nel salvataggio di ebrei. E’ stato certamente il loro istinto umanitario, ma sarebbe poco saggio ritenere che hanno agito senza il consenso dei loro superiori e delle massime autorità cattoliche». La notizia è apparsa anche sull’agenzia Zenit.it.
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domenica 2 gennaio 2011
NAPOLITANO: messaggio di fine anno apprezzato ma poco credibile.
"Non vi stupirete, credo, se dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un'occupazione, cercano una strada. Dedico loro questo messaggio, perché i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell'Italia". Comincia così il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica.
Il messaggio sarebbe stato più credibile se Napolitano avesse indicato anche qualche soluzione: ad esempio come ridurre i costi della politica e della dirigenza delle amministrazioni pubbliche. Cioè come ridurre il numero e gli stipendi dei politicanti e dei dirigenti di tutte le serie: a partire dalle Comunità montane fino ad arrivare ai Parlamentari europei....
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Il messaggio sarebbe stato più credibile se Napolitano avesse indicato anche qualche soluzione: ad esempio come ridurre i costi della politica e della dirigenza delle amministrazioni pubbliche. Cioè come ridurre il numero e gli stipendi dei politicanti e dei dirigenti di tutte le serie: a partire dalle Comunità montane fino ad arrivare ai Parlamentari europei....
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sabato 1 gennaio 2011
LA SERVA DI DIO LUISA PICCARRETA, «la piccola figlia della Divina Volontà» = The Little Daughter of the Divine Will = La Petite Fille de la Divine Volonté = La Pequena Hija de la Divina Voluntad
Come anche ci illustra la Divina Commedia con i suoi gironi, cornici e cieli, l’uomo può scegliere di votarsi al male o al bene secondo diversi gradi o modi. Può votarsi al male ignorando la Volontà di Dio, trascurandoLa, disconoscendoLa, opponendosi ad Essa. Così può votarsi al bene: rassegnandosi alla Volontà di Dio, accettandola semplicemente, conformandosi o unendosi ad Essa. Nel secolo scorso la serva di Dio Luisa Piccarreta ha insegnato un modo nuovo di fare la Volontà di Dio.
Luisa nacque a Corato in provincia di Bari il 23 aprile 1865. Fin dalla più
tenera età ebbe visioni e fu tormentata dallo spirito del male e nella solitudine ricorreva alla preghiera ed implorava incessantemente la Vergine Santissima di essere liberata da tali sofferenze. La sua prima infanzia trascorse così, afflitta e malinconica, nemmeno allietata dai semplici ed innocenti giochi che fanno solitamente i bimbi. La Divina Provvidenza la conduceva per tali sentieri misteriosi in modo che Luisa non conobbe nessuna gioia, fuorché Dio e la sua Grazia. Infatti il Signore le dirà un giorno:
«Senti, Io girai e rigirai la terra, guardai una per una tutte le creature per trovare la più piccola fra tutte; fra tanti trovai te, la più piccola fra tutte, la tua piccolezza mi piacque e ti scelsi, ti affidai ai miei angeli affinché ti custodissero, non per farti grande, ma perché custodissero la tua piccolezza, ed ora voglio incominciare la grande opera del compimento della mia Volontà. Né con ciò ti sentirai più grande, anzi la mia Volontà ti farà più piccola e continuerai ad essere la piccola figlia del tuo Gesù, la piccola figlia della mia Volontà» (volume XII, 23 marzo, 1921) (1).
«La voce di Gesù portava Luisa al distacco completo di se stessa da tutti e da tutto; a tale scopo, le diede come modello la vita umile, occulta e silenziosa della Divina Famiglia di Nazareth. A tredici anni Luisa, mentre si trovava in casa, sentì un chiasso enorme che veniva dalla strada, incuriosita si affacciò al balcone. Una terribile visione si presentò davanti ai suoi occhi: la strada era affollatissima di gente, che inveiva, di soldati armati che, frenando la folla, conducevano tre prigionieri e, tra questi, Luisa riconobbe Gesù, che portava la croce sulle spalle. Afflitta e terrorizzata Luisa contemplava questo triste corteo, ma quando il Divino Condannato fu sotto il suo balcone alzò il capo e disse: ‘Anima, aiutami!’ A quella scena Luisa lanciò un grido e perdette i sensi. Fu questo avvenimento straordinario che segnò per Luisa una svolta decisiva nella sua vita perché fu in quel giorno che accettò il suo stato di vittima in espiazione per i peccati degli uomini» (2).
Qualche anno dopo, ancora adolescente, accettò di vivere come vittima del
Divino Amore, crocifissa in un letto per oltre sessant’anni, umile e nascosta terziaria domenicana. Ma quello di vittima di espiazione, per riparare con la sua vita e la sua sofferenza i peccati dell’umanità, efficace e continuo parafulmine presso la divina Giustizia, non fu il suo solo ufficio.
In questo primo ufficio, Luisa si trova in compagnia di molte altre anime. Nel secondo, Luisa ha un compito inedito, unico e irripetibile: ricevere e vivere le meravigliose verità che riguardano la Divina Volontà, per poi trasmetterle alla Chiesa. Con lei inizia una nuova generazione di figli della Luce, i figli della sua Divina Volontà, come le dice Gesù. Con lei incomincia una catena d’amore, una catena di anime chiamate a vivere nella Divina Volontà.
Gesù stesso le spiegò che, come un’altra sua Umanità, lei aveva i suoi stessi uffici:
«Diletta mia, finora hai occupato presso di Me l’ufficio che ebbe la mia
Umanità in terra. Ora voglio cambiarti l’ufficio, dandotene un altro più
nobile, più vasto: voglio darti l’ufficio che tenne la mia Volontà nella mia Umanità. Vedi com’è più alto, più sublime? La mia Umanità ebbe un
principio, la mia Volontà è eterna; la mia Umanità è circoscritta e limitata, la mia Volontà non ha limiti né confini, è immensa. Ufficio più nobile e distinto non potevo darti» (17 marzo 1921).
«Figlia mia, non temere: non ti ricordi che occupi doppi uffici, uno di
vittima, e l’altro ufficio più grande, di vivere nel mio Volere, per ridarmi la gloria completa di tutta la Creazione?» (20 settembre 1922).
Per questo Gesù le disse: «La tua missione è grande, perché non si tratta
della sola santità personale, ma si tratta di abbracciare tutto e tutti e
preparare il Regno della mia Volontà alle umane generazioni» (22 agosto
1926).
Il Santo Annibale Maria Di Francia scrisse di lei: «Nostro Signore, che di
secolo in secolo accresce sempre di più le meraviglie del suo Amore, pare che di questa vergine, che Egli chiama la più piccola che abbia trovato sulla terra, destituita da ogni istruzione, abbia voluto formare uno strumento adatto per una missione così sublime, che nessun’altra le si possa paragonare, cioè il trionfo della divina volontà sull’universo orbe, in conformità con quanto è detto nel Pater Noster: fiat voluntas tua, sicut
in coelo et in terra».
Gesù stesso le rivela che lei, la più piccola delle creature, ignorante ed incolta - non aveva terminato la seconda elementare - avrebbe dato inizio ad una nuova spiritualità: vivere il Volere Divino operante nella creatura ed essa nel Volere di Dio: «In tutte le santità ci sono stati sempre i santi che per primi hanno avuto l’inizio di una specie di santità; sicché ci fu il santo che iniziò la santità dei penitenti, l’altro che iniziò la santità dell’ubbidienza, un altro quella dell’umiltà, e così di tutto il resto delle altre santità. Ora l’inizio della santità del vivere nel mio volere voglio che sia tu» (Luisa Piccarreta ,volume XII, 27 novembre 1917).
E a Luisa, che protestava: «Amor mio, Gesù, possibile che dopo tanti secoli di vita della Chiesa, che ha messo fuori tanti santi (e molti di questi hanno fatto stupire Cielo e terra con le loro virtù e meraviglie che hanno operato), non dovevano questi operare tutto nel Divino Volere, in modo da formare questo piano divino che Tu dici? Stavi aspettando proprio me, la più inabile, la più cattivella ed ignorante, per fare ciò? Pare proprio incredibile!».
Gesù le replica: «Senti, figlia mia, la mia sapienza ha mezzi e vie che l’uomo ignora e che è obbligato a piegare la fronte ed adorarla in muto silenzio, e non sta a lui dettarmi legge, chi debbo scegliere e il tempo opportuno che la mia bontà dispone. E poi, dovevo prima formare i santi che dovevano rassomigliarmi e copiare in modo più perfetto, per quanto a loro è possibile, la mia Umanità, e questo l’ho già fatto. Ora la mia bontà vuole passare oltre e vuol dare in eccessi più grandi d’amore, e perciò voglio che entrino nella mia Umanità e copino ciò che faceva l’anima della mia Umanità nella Divina Volontà. Se i primi hanno cooperato alla mia Redenzione di salvare le anime, di insegnare la legge, di sbandire la colpa, limitandosi nei secoli in cui sono vissuti, i secondi passeranno oltre, copiando ciò che faceva l’anima della mia Umanità nella Divina Volontà, abbracceranno tutti i secoli, tutte le creature, ed elevandosi su tutti metteranno in vigore i diritti della Creazione
che spettano a Me e che riguardano le creature, portando tutte le cose alla
prima origine della Creazione e allo scopo per cui la Creazione uscì. Tutto è ordinato in Me; se la Creazione la misi fuori, deve ritornarmi ordinata,come uscì dalle mie mani. Già il primo piano degli atti umani cambiati in divini nel mio Volere fu fatto da Me. Lo lasciai come sospeso e la creatura nulla seppe, meno che la mia cara e indivisibile Mamma, ed era necessario.
Se l’uomo non sapeva la via, la porta, le stanze della mia Umanità, come
poteva entrarvi dentro e copiare ciò che Io facevo? Ora è giunto il tempo che la creatura entri in questo piano e vi faccia anche del suo nel Mio. Che meraviglia è che ho chiamato te per prima? E poi, è tanto vero che ho
chiamato te per prima, che a nessun’altra anima, per quanto a Me cara, ho
manifestato/il modo di vivere nel mio Volere,/gli effetti di Esso, le
meraviglie e i beni che riceve la creatura operante nel Volere Supremo.
Riscontra quante vite di santi vuoi, o libri di dottrina: in nessuno troverai i prodigi del mio Volere operante nella creatura e la creatura operante nel Mio. Al più troverai la rassegnazione, l’unione dei voleri, ma il Volere Divino operante in essa ed essa nel Mio, in nessuno lo troverai. Ciò significa che non era giunto il tempo in cui la mia bontà doveva chiamare la creatura a vivere in questo stato sublime. Anche lo stesso modo come ti faccio pregare non si riscontra in nessun altro. Perciò sii attenta: la mia giustizia lo vuole esigere, il mio amore delira; perciò la mia sapienza dispone tutto per ottenere l’intento. Sono i diritti, la gloria della Creazione, ciò che vogliamo da te» (volume XIV, 6 ottobre 1922).
Senza voler anticipare il giudizio della Chiesa, di cui conosciamo però i
prodromi, avendola proclamata serva di Dio e avendo dato inizio al processo
di canonizzazione, il Padrone di casa non può forse scegliere i modi e i tempi per portare a compimento il piano divino, il proprio piano.
E del resto sono molti i passi delle Scritture, che alla luce degli scritti di Luisa, acquistano in nuovo significato: San Paolo già annunciava «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me. (Galati 2,20) E Gesù nel Vangelo afferma i suoi diritti: «Ed egli disse loro: ‘Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche’» (Matteo 13, 52).
La serva di Dio Luisa non scrisse per amore di scrittura o per amore di
protagonismo. Che anzi fu estremamente restìa a dettare o a mettere per
iscritto il frutto delle sue prolungate notturne contemplazioni, dei suoi
amorosi dialoghi col suo sposo Gesù. Cedette solo all’obbedienza dei suoi
confessori, primo tra i quali il sacerdote don Gennaro De Gennaro, delegato
dall’arcivescovo di Trani, monsignor De Stefano (1898-1906): questo
sacerdote intuendo il lavorìo interno di Dio su quest’anima, le ordinò
categoricamente di mettere per iscritto tutto ciò, che la Grazia Divina operava in lei. Nonostante sapesse appena leggere e scrivere, Luisa Piccarreta cominciò il 28 febbraio 1899 a scrivere il suo diario, che consiste in un manoscritto, raccolto in 36 volumi.
L’ultimo capitolo fu scritto il 28 dicembre 1938, quando le fu ordinato di non scrivere più.
L’ortodossia dei suoi scritti fu vagliata da un santo: padre Annibale Maria Di Francia (Messina, 1890 - 1927), suo confessore, promotore delle prime pubblicazioni e censore de L’Orologio della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo e dei primi diciannove volumi del suo diario spirituale. Padre Annibale, proclamato santo nel 2004, diede il Nulla osta per i primi 19 volumi, al quale si aggiunse l’imprimatur dell’arcivescovo monsignor Giuseppe Maria Leo. E proprio in spirito d’obbedienza, come aveva
cominciato a scrivere, così smise.
Nel 1938 tre dei suoi scritti furono messi all’Indice (3); quando seppe della condanna del Sant’Uffizio, Luisa si sottomise subito al giudizio dell’autorità della Chiesa, consegnando all’incaricato romano tutti i diari manoscritti (ed ancora oggi conservati negli archivi vaticani) e riprovando lei stessa gli scritti pubblicati, anche senza saperne i motivi, che non furono mai esplicitati. Le richieste di chiarimenti, per togliere ciò che la Suprema Congregazione del Sant’Uffizio considerasse contrario alla sana dottrina della fede, e così poter continuare le pubblicazioni che tanto bene facevano, non furono accolte, forse
perché niente c’era di non conforme alla fede cattolica!
Ma talvolta il diavolo dimentica i coperchi: nel 1991 fu beatificato il padre Annibale Maria di Francia e furono approvati dalla Chiesa i suoi scritti tra cui le prefazioni alle opere di Luisa, che lo stesso santo aveva pubblicato e approvato con il suo Nihil obstat. In questo modo monsignor Giuseppe Carafa poté impostare il processo di beatificazione di Luisa Piccarreta che iniziò ufficialmente il 20 novembre 1994, festa di Cristo Re.
Il 30 gennaio di 1996, dopo 58 anni, furono resi disponibili gli scritti di Luisa.
Alcuni tra i membri del Tribunale della Causa di Beatificazione di Luisa
Piccarreta ebbero l’autorizzazione dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede di fare copie degli scritti originali che si trovavano negli Archivi Segreti Vaticani, e così servirsene.
L’arcivescovo monsignor Cassati, ebbe l’autorizzazione dall’allora cardinale Joseph Ratzinger per ottenere fotocopia dei trentasei quaderni autografi della serva di Dio - ritirati nel 1938 dal suddetto Dicastero - e nominò alcuni insigni teologi per il riesame di tali scritti e per un giudizio sull’ortodossia del pensiero di Luisa, da allegare agli atti processuali. Il 29 ottobre 2005, con una solenne cerimonia nella Chiesa Matrice di Corato, l’arcivescovo di Trani, monsignor Giovanni Battista Pichierri, concluse la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio, trasmettendo gli atti al competente dicastero della Santa Sede per il prosieguo dell’iter canonico.
Nel ventesimo secolo, saeculus horribilis, gli scritti di mistiche come santa Faustina Kowalska, Maria Valtorta e Luisa Piccarreta sono stati posti
all’indice, potremmo dire in maniera surrettizia. Mistiche che hanno sempre
dimostrato la loro ubbidienza alla Chiesa in maniera eroica. Gli scritti della serva di Dio Luisa Piccarreta, di cui ci occupiamo, vevano già superato il giudizio dell’arcivescovo di Trani e di un censore della levatura di un santo.
Ma furono posti all’indice e dimenticati nell’archivio dell’ex Santo Uffizio.
Certo le sue meditazioni mettevano troppo in cattiva luce i giudei - basta ad esempio leggere L’orologio della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo» - scritto per ubbidienza a Sant’Annibale - dove, ad esempio, Pilato cerca in ogni modo di salvare Gesù ma poi per debolezza ed ambizione cede alla pertinacia dei Sinedriti (4).
La Divina Provvidenza ha permesso che le sue rivelazioni abbiano continuato a portare frutto: seguono la spiritualità indicata da Luisa tanti suoi figli spirituali. Tanti anelli stanno costruendo la catena d’amore delle anime chiamate a vivere nella Divina Volontà.
Uno di questi, che si firma «un miserabile peccatore», è andato, credo, non molto lontano dal comprendere il Grandioso progetto del Padre:
«... vivendo nella Sua Volontà ogni cosa compiuta da Gesù in noi è come se l’avessimo veramente compiuta noi, ma ogni Sua azione in noi compiuta ed
ogni più piccolo frammento di essa ha ‘valore infinito’, ed accetta queste
azioni e questi frammenti di infinito da Lui compiuti in noi, come se noi, enon Lui, fossimo stati capaci di ‘generare’ valori infiniti. Questo è il vertice della realizzazione del ‘Grandioso Progetto del Padre’ nelle sue creature.
Ogni azione, così realizzata, è la sola che dà gloria al Padre. Ma la
realizzazione di questa opera perfetta può avvenire solo nella consumata
comunione col Cristo, perché solo Lui può realizzare questo meraviglioso
miracolo d’amore divino» (5).
Alfonso Marzocco
1) Luisa Piccarreta, Diario autobiografico, 36 Volumi, da Gesù intitolati: «Il Regno della mia Divina Volontà in mezzo alle creature. Libro di Cielo. Il richiamo della creatura nell’ordine, al suo posto e nello scopo per cui fu creata da Dio».
2) Bernardino Giuseppe Bucci, Luisa Piccarreta: La Piccola Figlia della
Divina Volontà, Trinitapoli, 1980.
3) L’orologio della Passione di nostro Signore Gesù Cristo, con aggiunta un
Trattato sulla Divina Volontà; Nel Regno della Divina Volontà (era un
riassunto dei primi quattro volumi); La Regina del Cielo nel Regno della
Divina Volontà.
4) Sedicesima Ora: «Egli (Pilato), nel vederti così malamente ridotto e
vestito da pazzo e che neppure Erode Ti ha condannato, resta più indignato
contro i giudei e si convince maggiormente della tua innocenza e di non
condannarti. Ma volendo pure dare qualche soddisfazione ai giudei, quasi
per smorzare l’odio, il furore, la rabbia e la sete ardente che hanno del tuo Sangue, Ti propone alla loro scelta insieme con Barabba…».
5) Il Grandioso progetto del Padre (primo libretto), quarta edizione,
www.ilgrandiosoprogettodelpadre.it
Raccolta di preghiere
per un sussidio pratico
ed una piccola “scuola di preghiera”
tratta dagli scritti della Serva di Dio
LUISA PICCARRETA
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