La pace sia con te

martedì 6 luglio 2010

FREE ENERGY. Energia gratis

Il raggio che dà energia. Gratis
di Rino Di Stefano
Il Giornale martedì 06 luglio 2010

Marconi ideò un raggio che fermava i mezzi a motore. Mussolini lo voleva, il Vaticano lo bloccò. Da quelle ricerche gli scienziati crearono l'alternativa a petrolio e nucleare. Nel 1999 l'invenzione stava per essere messa sul mercato, ma poi tutto fu insabbiato

L’energia pulita tanto auspicata dal presidente Obama dopo il disastro ambientale del Golfo del Messico forse esiste già da un pezzo, ma qualcuno la tiene nascosta per inconfessabili interessi economici. Ma non solo. Negli anni Settanta, infatti, un gruppo di scienziati italiani ne avrebbe scoperto il segreto, ma questa nuova e stupefacente tecnologia, che di fatto cambierebbe l'economia mondiale archiviando per sempre i rischi del petrolio e del nucleare, sarebbe stata volutamente occultata nella cassaforte di una misteriosa fondazione religiosa con sede nel Liechtenstein, dove si troverebbe tuttora. Sembra davvero la trama di un giallo internazionale l'incredibile storia che si nasconde dietro quella che, senza alcun dubbio, si potrebbe definire la scoperta epocale per eccellenza, e cioè la produzione di energia pulita senza alcuna emissione di radiazioni dannose. In altre parole, la realizzazione di un macchinario in grado di dissolvere la materia, intendendo con questa definizione qualunque tipo di sostanza fisica, producendo solo ed esclusivamente calore.

Una scoperta per caso
Come ogni giallo che si rispetti, l'intricata vicenda che si nasconde dietro la genesi di questa scoperta è stata svelata quasi per caso. Lo ha fatto un imprenditore genovese che una decina d'anni fa si è trovato ad avere rapporti di affari con la fondazione che nasconde e gestisce il segreto di quello che, per semplicità, chiameremo «il raggio della morte». E sì, perché la storia che stiamo per svelare nasce proprio da quello che, durante il fascismo, fu il mito per eccellenza: l'arma segreta che avrebbe rivoluzionato il corso della seconda guerra mondiale. Sembrava soltanto una fantasia, ma non lo era. In quegli anni si diceva che persino Guglielmo Marconi stesse lavorando alla realizzazione del «raggio della morte». La cosa era solo parzialmente vera. Secondo quanto Mussolini disse al giornalista Ivanoe Fossati durante una delle sue ultime interviste, Marconi inventò un apparecchio che emetteva un raggio elettromagnetico in grado di bloccare qualunque motore dotato di impianto elettrico. Tale raggio, inoltre, mandava in corto circuito l'impianto stesso, provocandone l'incendio. Lo scienziato dette una dimostrazione, alla presenza del duce del fascismo, ad Acilia, sulla strada di Ostia, quando bloccò auto e camion che transitavano sulla strada. A Orbetello, invece, riuscì a incendiare due aerei che si trovavano ad oltre due chilometri di distanza. Tuttavia, dice sempre Mussolini, Marconi si fece prendere dagli scrupoli religiosi. Non voleva essere ricordato dai posteri come colui che aveva provocato la morte di migliaia di persone, bensì solo come l'inventore della radio. Per cui si confidò con Papa Pio XII, il quale gli consigliò di distruggere il progetto della sua invenzione. Cosa che Marconi si affretto a fare, mandando in bestia Mussolini e gerarchi. Poi, forse per il troppo stress che aveva accumulato in quella disputa, nel 1937 improvvisamente venne colpito da un infarto e morì a soli 63 anni.
La fine degli anni Trenta fu comunque molto prolifica da un punto di vista scientifico. Per qualche imperscrutabile gioco del destino, pare che la fantasia e la creatività degli italiani non fu soltanto all'origine della prima bomba nucleare realizzata negli Stati Uniti da Enrico Fermi e dai suoi colleghi di via Panisperna; altri scienziati, continuando gli studi sulla scissione dell'atomo, trovarono infatti il modo di «produrre ed emettere sino a notevoli distanze anti-atomi di qualsiasi elemento esistente sul nostro pianeta che, diretti contro una massa costituita da atomi della stessa natura ma di segno opposto, la disgregano ionizzandola senza provocare alcuna reazione nucleare, ma producendo egualmente una enorme quantità di energia pulita».
Tanto per fare un esempio concreto, ionizzando un grammo di ferro si sviluppa un calore pari a 24 milioni di KWh, cioè oltre 20 miliardi di calorie, capaci di evaporare 40 milioni di litri d'acqua. Per ottenere un uguale numero di calorie, occorrerebbe bruciare 15mila barili di petrolio. Sembra quasi di leggere un racconto di fantascienza, ma è soltanto la pura e semplice realtà. Almeno quella che i documenti in possesso dell'imprenditore genovese Enrico M. Remondini dimostrano.

La testimonianza
«Tutto è cominciato - racconta Remondini - dal contatto che nel 1999 ho avuto con il dottor Renato Leonardi, direttore della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, con sede a Vaduz, capitale del Liechtenstein. Il mio compito era quello di stipulare contratti per lo smaltimento di rifiuti solidi tramite le Centrali termoelettriche polivalenti della Fondazione Internazionale Pace e Crescita. Non mi hanno detto dove queste centrali si trovassero, ma so per certo che esistono. Altrimenti non avrebbero fatto un contratto con me. In quel periodo, lavoravo con il mio collega, dottor Claudio Barbarisi. Per ogni contratto stipulato, la nostra percentuale sarebbe stata del 2 per cento. Tuttavia, per una clausola imposta dalla Fondazione stessa, il 10 per cento di questa commissione doveva essere destinata a favore di aiuti umanitari. Considerando che lo smaltimento di questi rifiuti avveniva in un modo pressoché perfetto, cioè con la ionizzazione della materia senza produzione di alcuna scoria, sembrava davvero il modo ottimale per ottenere il risultato voluto. Tuttavia, improvvisamente, e senza comunicarci il perché, la Fondazione ci fece sapere che le loro centrali non sarebbero più state operative. E fu inutile chiedere spiegazioni. Pur avendo un contratto firmato in tasca, non ci fu nulla da fare. Semplicemente chiusero i contatti».
Remondini ancora oggi non conosce la ragione dell'improvviso voltafaccia. Ha provato a telefonare al direttore Leonardi, che tra l'altro vive a Lugano, ma non ha mai avuto una spiegazione per quello strano comportamento. Inutili anche le ricerche per vie traverse: l'unica cosa che è riuscito a sapere è che la Fondazione è stata messa in liquidazione. Per cui è ipotizzabile che i suoi segreti adesso siano stati trasferiti ad un'altra società di cui, ovviamente, si ignora persino il nome. Ciò significa che da qualche parte sulla terra oggi c'è qualcuno che nasconde il segreto più ambito del mondo: la produzione di energia pulita ad un costo prossimo allo zero.
Nonostante questo imprevisto risvolto, in mano a Remondini sono rimasti diversi documenti strettamente riservati della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, per cui alla fine l'imprenditore si è deciso a rendere pubblico ciò che sa su questa misteriosa istituzione. Per capire i retroscena di questa tanto mirabolante quanto scientificamente sconosciuta scoperta, occorre fare un salto indietro nel tempo e cercare di ricostruire, passo dopo passo, la cronologia dell'invenzione. Ad aiutarci è la relazione tecnico-scientifica che il 25 ottobre 1997 la Fondazione Internazionale Pace e Crescita ha fatto avere soltanto agli addetti ai lavori. Ogni foglio, infatti, è chiaramente marcato con la scritta «Riproduzione Vietata». Ma l'enormità di quanto viene rivelato in quello scritto giustifica ampiamente il non rispetto della riservatezza richiesta.
Il «raggio della morte», infatti, pur essendo stato concepito teoricamente negli anni Trenta, avrebbe trovato la sua base scientifica soltanto tra il 1958 e il 1960. Il condizionale è d'obbligo in quanto riportiamo delle notizie scritte, ma non confermate dalla scienza ufficiale. Non sappiamo da chi era composto il gruppo di scienziati che diede vita all'esperimento: i nomi non sono elencati. Sappiamo invece che vi furono diversi tentativi di realizzare una macchina che corrispondesse al modello teorico progettato, ma soltanto nel 1973 si arrivò ad avere una strumentazione in grado di «produrre campi magnetici, gravitazionali ed elettrici interagenti, in modo da colpire qualsiasi materia, ionizzandola a distanza ed in quantità predeterminate».

Ok dal governo Andreotti
Fu a quel punto che il governo italiano cominciò ad interessarsi ufficialmente a quegli esperimenti. E infatti l'allora governo Andreotti, prima di passare la mano a Mariano Rumor nel luglio del '73, incaricò il professor Ezio Clementel, allora presidente del Comitato per l'energia nucleare (Cnen), di analizzare gli effetti e la natura di quei campi magnetici a fascio. Clementel, trentino originario di Fai e titolare della cattedra di Fisica nucleare alla facoltà di Scienze dell'Università di Bologna, a quel tempo aveva 55 anni ed era uno dei più noti scienziati del panorama nazionale e internazionale. La sua responsabilità, in quella circostanza, era grande. Doveva infatti verificare se quel diabolico raggio avesse realmente la capacità di distruggere la materia ionizzandola in un'esplosione di calore. Anche perché non ci voleva molto a capire che, qualora l'esperimento fosse riuscito, si poteva fare a meno dell'energia nucleare e inaugurare una nuova stagione energetica non soltanto per l'Italia, ma per il mondo intero. Tanto per fare un esempio, questa tecnologia avrebbe permesso la realizzazione di nuovi e potentissimi motori a razzo che avrebbero letteralmente rivoluzionato la corsa allo spazio, permettendo la costruzione di gigantesche astronavi interplanetarie.
Il professor Clementel ordinò quindi quattro prove di particolare complessità. La prima consisteva nel porre una lastra di plexiglass a 20 metri dall'uscita del fascio di raggi, collocare una lastra di acciaio inox a mezzo metro dietro la lastra di plexiglass e chiedere di perforare la lastra d'acciaio senza danneggiare quella di plexiglass. La seconda prova consisteva nel ripetere il primo esperimento, chiedendo però di perforare la lastra di plexiglass senza alterare la lastra d'acciaio. Il terzo esame era ancora più difficile: bisognava porre una serie di lastre d'acciaio a 10, 20 e 40 metri dall'uscita del fascio di raggi, chiedendo di bucare le lastre a partire dall'ultima, cioè quella posta a 40 metri. Nella quarta e ultima prova si doveva sistemare una pesante lastra di alluminio a 50 metri dall'uscita del fascio di raggi, chiedendo che venisse tagliata parallelamente al lato maggiore.
Ebbene, tutte e quattro le prove ebbero esito positivo e il professor Clementel, considerando che la durata dell'impulso dei raggi era minore di 0,1 secondi, valutò la potenza, ipotizzando la vaporizzazione del metallo, a 40.000 KW e la densità di potenza pari a 4.000 KW per centimetro quadrato. In realtà, venne spiegato a sperimentazione compiuta, l'impulso dei raggi aveva avuto la durata di un nano secondo e poteva ionizzare a distanza «forma e quantità predeterminate di qualsiasi materia».
Tra l'altro all'esperimento aveva assistito anche il professor Piero Pasolini, illustre fisico e amico di un'altra celebrità scientifica qual è il professor Antonino Zichichi. In una sua relazione, Pasolini parlò di «campi magnetici, gravitazionali ed elettrici interagenti che sviluppano atomi di antimateria proiettati e focalizzati in zone di spazio ben determinate anche al di là di schemi di materiali vari, che essendo fuori fuoco si manifestano perfettamente trasparenti e del tutto indenni».
In pratica, ma qui entriamo in una spiegazione scientifica un po' più complessa, gli scienziati italiani che avevano realizzato quel macchinario, sarebbero riusciti ad applicare la teoria di Einstein sul campo unificato, e cioè identificare la matrice profonda ed unica di tutti i campi di interazione, da quello forte (nucleare) a quello gravitazionale. Altri fisici in tutto il mondo ci avevano provato, ma senza alcun risultato. Gli italiani, a quanto pare, c'erano riusciti.

L'insabbiamento
In un Paese normale (ma tutti sappiamo che il nostro non lo è) una simile scoperta sarebbe stata subito messa a frutto. Non ci vuole molta fantasia per capire le implicazioni industriali ed economiche che avrebbe portato. Anche perché, quella che a prima vista poteva sembrare un'arma di incredibile potenza, nell'uso civile poteva trasformarsi nel motore termico di una centrale che, a costi bassissimi, poteva produrre infinite quantità di energia elettrica.
Perché, dunque, questa scoperta non è stata rivelata e utilizzata? La ragione non viene spiegata. Tutto quello che sappiamo è che i governi dell'epoca imposero il segreto sulla sperimentazione e che nessuno, almeno ufficialmente, ne venne a conoscenza. Del resto nel 1979 il professor Clementel morì prematuramente e si portò nella tomba il segreto dei suoi esperimenti. Ma anche dietro Clementel si nasconde una vicenda piuttosto strana e misteriosa. Pare, infatti, che le sue idee non piacessero ai governanti dell'epoca. Non si sa esattamente quale fosse la materia del contendere, ma alla luce della straordinaria scoperta che aveva verificato, è facile immaginarlo. Forse lo scienziato voleva rendere pubblica la notizia, mentre i politici non ne volevano sapere. Chissà? Ebbene, qualcuno trovò il sistema per togliersi di torno quello scomodo presidente del Cnen. Infatti venne accertato che la firma di Clementel appariva su registri di esame all'Università di Trento, della quale all'epoca era il rettore, in una data in cui egli era in missione altrove. Sembrava quasi un errore, una svista. Ma gli costò il carcere, la carriera e infine la salute. Lo scienziato capì l'antifona, e non disse mai più nulla su quel «raggio della morte» che gli era costato così tanto caro. A Clementel è dedicato il Centro ricerche energia dell'Enea a Bologna.
C'è comunque da dire che già negli anni Ottanta qualcosa venne fuori riguardo un ipotetico «raggio della morte». Il primo a parlarne fu il giudice Carlo Palermo che dedicò centinaia di pagine al misterioso congegno, affermando che fu alla base di un intricato traffico d'armi. La storia coinvolse un ex colonnello del Sifar e del Sid, Massimo Pugliese, ma anche esponenti del governo americano (allora presieduto da Gerald Ford), i parlamentari Flaminio Piccoli (Dc) e Loris Fortuna (Psi), nonché una misteriosa società con sede proprio nel Liechtenstein, la Traspraesa. La vicenda durò dal 1973 al 1979, quando improvvisamente calò una cortina di silenzio su tutto quanto.
Erano comunque anni difficili. L'Italia navigava nel caos. Gli attentati delle Brigate rosse erano all'ordine del giorno, la società civile soffocava nel marasma, i servizi segreti di mezzo mondo operavano sul nostro territorio nazionale come se fosse una loro riserva di caccia. Il 16 marzo 1978 i brigatisti arrivarono al punto di rapire il presidente del Consiglio, Aldo Moro, uccidendo i cinque poliziotti della scorta in un indimenticabile attentato in via Fani, a Roma. E tutti ci ricordiamo come andò a finire. Tre anni dopo, il 13 maggio 1981, il terrorista turco Mehmet Ali Agca in piazza San Pietro ferì a colpi di pistola Giovanni Paolo II.
È in questo contesto, che il «raggio della morte» scomparve dalla scena. Del resto, ammesso che la scoperta avesse avuto una consistenza reale, chi sarebbe stato in grado di gestire e controllare gli effetti di una rivoluzione industriale e finanziaria che di fatto avrebbe cambiato il mondo? Non ci vuole molto, infatti, ad immaginare quanti interessi quell'invenzione avrebbe danneggiato se soltanto fosse stata resa pubblica. In pratica, tutte le multinazionali operanti nel campo del petrolio e dell'energia nucleare avrebbero dovuto chiudere i battenti o trasformare da un giorno all'altro la loro produzione. Sarebbe veramente impossibile ipotizzare una cifra per quantificare il disastro economico che la nuova scoperta italiana avrebbe portato.
Ma queste sono solo ipotesi. Ciò che invece risulta riguarda la decisione presa dagli autori della scoperta. Infatti, dopo anni di traversie e inutili tentativi per far riconoscere ufficialmente la loro invenzione, probabilmente temendo per la loro vita e per il futuro della loro strumentazione, questi scienziati consegnarono il frutto del loro lavoro alla Fondazione Internazionale Pace e Crescita, che l'11 aprile 1996 venne costituita apposta, verosimilmente con il diretto appoggio logistico-finanziario del Vaticano, a Vaduz, ben al di fuori dei confini italiani. In quel momento il capitale sociale era di appena 30mila franchi svizzeri (circa 20mila Euro). «Sembra anche a noi - si legge nella relazione introduttiva alle attività della Fondazione - che sia meglio costruire anziché distruggere, non importa quanto possa essere difficile, anche se per farlo occorrono molto più coraggio e pazienza, assai più fantasia e sacrificio».
A prescindere dal fatto che non si trova traccia ufficiale di questa fantomatica Fondazione, se non la notizia (in tedesco) che il primo luglio del 2002 è stata messa in liquidazione, parrebbe che a suo tempo l'organizzazione fosse stata costituita in primo luogo per evitare che un'invenzione di quella portata fosse utilizzata solo per fini militari. Del resto anche i missili balistici (con quello che costano) diventerebbero ben poca cosa se gli eserciti potessero disporre di un macchinario che, per distruggere un obiettivo strategico, necessiterebbe soltanto di un sistema di puntamento d'arma.
Secondo voci non confermate, la decisione degli scienziati italiani sarebbe maturata dopo una serie di minacce che avevano ricevuto negli ambienti della capitale. Ad un certo punto si parla pure di un attentato con una bomba, sempre a Roma. Si dice che, per evitare ulteriori brutte sorprese, quegli scienziati si appellarono direttamente a Papa Giovanni Paolo II e la macchina che produce il «raggio della morte» venisse nascosta per qualche tempo in Vaticano. Da qui la decisione di istituire la fondazione e di far emigrare tutti i protagonisti della vicenda nel più tranquillo Liechtenstein. In queste circostanze, forse non fu un caso che proprio il 30 marzo 1979 il Papa ricevette in Vaticano il Consiglio di presidenza della Società Europea di Fisica, riconoscendo, per la prima volta nella storia della Chiesa, in Galileo Galilei (1564-1642) lo scopritore della Logica del Creato. Comunque sia, da quel momento in poi, la parola d'ordine è stata mantenere il silenzio assoluto.

Le macchine del futuro
Qualcosa, però, nel tempo è cambiata. Lo prova il fatto che la Fondazione Internazionale Pace e Crescita non si sarebbe limitata a proteggere gli scienziati cristiani in fuga, ma nel periodo tra il 1996 e il 1999 avrebbe proceduto a realizzare per conto suo diverse complesse apparecchiature che sfruttano il principio del «raggio della morte». Secondo la loro documentazione, infatti, è stata prodotta una serie di macchinari della linea Zavbo pronti ad essere adibiti per più scopi. L'elenco comprende le Srsu/Tep (smaltimento dei rifiuti solidi urbani), Srlo/Tep (smaltimento dei rifiuti liquidi organici), Srtp/Tep (smaltimento dei rifiuti tossici), Srrz/Tep (smaltimento delle scorie radioattive), Rcc (compattazione rocce instabili), Rcz (distruzione rocce pericolose), Rcg (scavo gallerie nella roccia), Cls (attuazione leghe speciali), Cen (produzione energia pulita).
A quest'ultimo riguardo, nella documentazione fornita da Remondini si trovano anche i piani per costruire centrali termoelettriche per produrre energia elettrica a bassissimo costo, smaltendo rifiuti. C'è tutto, dalle dimensioni all'ampiezza del terreno necessario, come si costruisce la torre di ionizzazione e quante persone devono lavorare (53 unità) nella struttura. Un'intera centrale si può fare in 18 mesi e potrà smaltire fino a 500 metri cubi di rifiuti al giorno, producendo energia elettrica con due turbine Ansaldo.
C'è anche un quadro economico (in milioni di dollari americani) per calcolare i costi di costruzione. Nel 1999 si prevedeva che una centrale di questo tipo sarebbe costata 100milioni di dollari. Una peculiarità di queste centrali è che il loro aspetto è assolutamente fuorviante. Infatti, sempre guardando i loro progetti, si nota che all'esterno appaiono soltanto come un paio di basse palazzine per uffici, circondate da un ampio giardino con alberi e fiori. La torre di ionizzazione, dove avviene il processo termico, è infatti completamente interrata per una profondità di 15 metri. In pratica, un pozzo di spesso cemento armato completamente occultato alla vista. In altre parole, queste centrali potrebbero essere ovunque e nessuno ne saprebbe niente.
Da notare che, secondo le ricerche compiute dalla International Company Profile di Londra, una società del Wilmington Group Pic, leader nel mondo per le informazioni sul credito e quotata alla Borsa di Londra, la Fondazione Internazionale Pace e Crescita, fin dal giorno della sua registrazione a Vaduz, non ha mai compiuto alcun tipo di operazione finanziaria nel Liechtenstein, né si conosce alcun dettaglio del suo stato patrimoniale o finanziario, in quanto la legge di quel Paese non prevede che le Fondazioni presentino pubblicamente i propri bilanci o i nomi dei propri fondatori. Si conosce l'indirizzo della sede legale, ma si ignora quale sia stato quello della sede operativa e il tipo di attività che la Fondazione ha svolto al di fuori dei confini del Liechtenstein. Ovviamente mistero assoluto su quanto sia accaduto dopo il primo luglio del 2002 quando, per chissà quali ragioni, ma tutto lascia supporre che la sicurezza non sia stata estranea alla decisione, la Fondazione ufficialmente ha chiuso i battenti.
Ancora più strabiliante è l'elenco dei clienti, o presunti tali, fornito a Remondini. In tutto 24 nomi tra i quali spiccano i maggiori gruppi siderurgici europei, le amministrazioni di due Regioni italiane e persino due governi: uno europeo e uno africano. Da notare che, in una lettera inviata dalla Fondazione a Remondini, si parla di proseguire con i contatti all'estero, ma non sul territorio nazionale «a causa delle problematiche in Italia». Ma di quali «problematiche» si parla? E, soprattutto, com'è che una scoperta di questo tipo viene utilizzata quasi sottobanco per realizzare cose egregie (pensiamo soltanto alla produzione di energia elettrica e allo smaltimento di scorie radioattive), mentre ufficialmente non se ne sa niente di niente?
Interpellato sul futuro della scoperta da Remondini, il professor Nereo Bolognani, eminenza grigia della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, ha detto che «verrà resa nota quando Dio vorrà». Sarà pure, ma di solito non è poi così facile conoscere in anticipo le decisioni del Padreterno. Neppure con la santa e illustre mediazione del Vaticano.


"Il segreto non doveva finire nelle mani dei militari"
di Rino Di Stefano


Enrico Remondini: "Fui contattato per smaltire un nuovo tipo di scorie". La macchina: "Capisco perché era celata. E in gran parte lo condivido"
Enrico Remondini non è un uomo di molte parole. La sua esperienza con la Fondazione Internazionale Pace e Crescita, a undici anni di distanza, è ormai un ricordo tra i risvolti della memoria. Alcuni mesi di lavoro, poi i contatti si sono chiusi lasciandogli, oltre a una certa perplessità per il modo in cui sono stati interrotti, anche un velo di amarezza. Soprattutto, però, gli è rimasta dentro una fortissima curiosità: quanto c'era di vero in quello che gli avevano detto?

Signor Remondini, come e quando è entrato in contatto con la Fondazione Internazionale Pace e Crescita?
«Fu nei primi mesi del 1999, mi pare, e in modo del tutto fortuito. Mi trovavo a Lugano per lavoro e un amico me ne parlò. Non era una notizia di dominio pubblico, per cui ero incuriosito. In seguito il mio amico mi fece incontrare il direttore della Fondazione, il dottor Renato Leonardi, e a lui chiesi se potevo collaborare con loro».

Non furono dunque loro a cercarla...
«No, fui io che ne feci richiesta. In un primo tempo pensavo di poter lavorare nelle pubbliche relazioni, ma ben presto mi resi conto che a loro non interessava quel settore. Leonardi, invece, mi chiese di fare alcune traduzioni e, a questo riguardo, mi diede diversi documenti».

La sua collaborazione si fermò alle traduzioni?
«No, successivamente decisi di instaurare un rapporto più imprenditoriale. Per cui venni presentato al professor Nereo Bolognani, presidente della Fondazione. Fu lui a spiegarmi che le centrali polivalenti della Fondazione erano in grado di smaltire in modo ottimale un certo tipo di scorie. Soprattutto di tipo metallico. Per cui, insieme ad un mio amico, mi feci dare un mandato dalla Fondazione stessa per procurare questo tipo di scorie. Riuscimmo a prendere contatti con uno solo dei nominativi che ci erano stati forniti. Si tratta di una grossa acciaieria italiana che aveva problemi per lo smaltimento delle scorie metalliche. Noi ci facemmo consegnare un campione e lo passammo a Bolognani perché lo facesse esaminare e ci dicesse se l'affare poteva essere avviato. Ma accadde qualcosa prima di avere l'esito di quelle analisi...».

E cioè?
«La moglie di Bolognani morì di un brutto male e per qualche tempo non riuscimmo a metterci in contatto con lui. Pensavamo che, dopo un certo periodo, si sarebbe ripreso e avremmo continuato la normale attività lavorativa. Ma le cose non andarono così. È probabile che avvenne anche qualche cambiamento interno alla Fondazione. Qualche tempo dopo venni a sapere che era stata messa in liquidazione».

Eppure lei aveva lavorato per loro, avrà avuto anche delle spese. Gliele hanno mai rimborsate?
«No, e non gliele ho mai chieste. Ripeto, abbiamo preso solo un contatto, per cui si trattava di poca cosa. Non mi è sembrato che ne valesse la pena».

Tuttavia nei suoi confronti non hanno mostrato molta chiarezza. Ha mai provato a farsi dire qualcosa in più circa la loro attività?
«Sì, una volta ho avuto una conversazione di questo tipo con Bolognani. Devo dire che era una persona molto corretta e molto religiosa. Mi spiegò che lo scopo della Fondazione era quello di evitare che una scoperta scientifica come quella che loro gestivano finisse nelle mani dei militari, diventando causa di morte. Poi aggiunse che un giorno, quando Dio vorrà, questo segreto verrà reso pubblico».

E le basta?
«No, però capisco il fine. E per molti versi lo condivido».

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giovedì 24 giugno 2010

PIATTAFORMA IN ACQUE INTERNAZIONALI? Perché gli USA danno concessione?

LEGITTIMA DOMANDA.

La chiazza di petrolio continua ad allargarsi nel Golfo del Messico, minacciando di arrivare nelle coste della Louisiana; la piattaforma petrolifera affondata, che si chiama Deepwater Horizon, dista circa 80 chilometri dalla costa.
Ma se la piattaforma distava 80 chilometri dalla costa, era in acque internazionali?

Chi era autorizzato secondo le convenzioni a dare le concessioni?

La Convenzione di Montego Bay del 1982, attualmente in vigore, stabilisce che ogni Stato è libero di stabilire l'ampiezza delle proprie acque territoriali, fino ad una ampiezza massima di 12 miglia marine, misurate a partire dalla linea di base (articolo 3 Convenzione di Montego Bay). La linea di base corrisponde alla linea di bassa marea lungo la costa, "come indicato dalle carte nautiche a grande scala ufficialmente riconosciute dallo Stato costiero" (articolo 5 Convenzione di Montego Bay); in caso la costa sia frastagliata o vi siano isole nelle sue immediate vicinanze, la Convenzione (articolo 7) indica criteri specifici per tracciare la linea di base.

domenica 13 giugno 2010

«Le lobby della finanza protestante ed ebraica dietro l' attacco alla Chiesa»

L' INTERVISTA IL FONDATORE DELLA LUX VIDE: «PREGO PER BERLUSCONI TUTTI I GIORNI. LA TV DI OGGI? PERMISSIVA E CONSUMISTICA»

«Le lobby della finanza globale dietro l'attacco alla Chiesa»
Bernabei: in gioco interessi enormi, con i legali a caccia di risarcimenti

ROMA - La formella mancante del portale di Manzù ce l' ha Ettore Bernabei, nell' ingresso di casa.
«Doveva stare a San Pietro, come le altre. Ma, come vede, il Cristo e i soldati sono nudi. Così Manzù la diede a me». Le due statuette di Pietro e Paolo sulla scrivania invece hanno valore affettivo: «Una volta che andai a trovare Paolo VI con mia moglie e i nostri otto figlioli, il Papa si mise sulle ginocchia Luca, il
più piccolo, e lo fece giocare con queste due statuette. Dopo la morte il suo segretario, monsignorMacchi, me ne fece dono». Quand' era nato invece il settimo figliolo, Giovanni, Papa Roncalli aveva mandato la sua fotografia con un versetto del salmo 127 scritto di suo pugno: «I tuoi figli come virgulti di olivo intorno alla tua mensa...». Bernabei va per i novant' anni. Direttore generale della Rai dal 1961 al 1974 - praticamente il fondatore -, al vertice dell' Italstat dal ' 74 al ' 91, ora ha creato la Lux e ha portato in tv la Bibbia. Quando dirigeva la Rai lei parlava direttamente con il Papa? «Ero in contatto con a segreteria di Stato e incontravo sovente i Sostituti: Dell' Acqua, Benelli, Casaroli. Qualche volta mi
dicevano che di certe questioni dovevo parlare con il Papa, cioè con Giovanni XIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II». Oggi il Papa e la Chiesa sono sotto attacco? «Mi pare evidente. Sono i contraccolpi della decisione presa da Giovanni Paolo II e dal cardinal Ratzinger di non ammettere nei seminari i gay dichiarati dietro l'attacco alla Chiesa».
C' è la volontà di paralizzare economicamente la Chiesa cattolica, che non ubbidisce alle lobby della finanza globalizzata». Le sue sono parole gravi. «Mi rendo conto che dire certe verità all'opinione pubblica è come dare un cognac a un bambino ormai cresciutello ma che prende ancora solo latte e omogeneizzati. Ma so quel che dico. L' attacco alla Chiesa è mosso da interessi finanziari enormi.
A cominciare dal business dei legali alla caccia del risarcimento. Il resto lo fa il mondo mediatico,
seguendo input globali». Il Papa ha parlato anche di responsabilità interne. «Come su dodici apostoli ci
fu un Giuda, ci sono anche oggi deviazioni interne. Quando, nella drammatica via Crucis al Colosseo del
Venerdì santo del 2005, il cardinal Ratzinger lanciò il suo grido di dolore sulla "sporcizia nella Chiesa",
capii perché da anni richiamava tutti a un rispetto più rigoroso della morale cristiana. Poi, per cinque
anni, abbiamo conosciuto il professor Ratzinger. Oggi, dopo la svolta, il Papa è davvero entrato nella
storia». A cosa si riferisce? «A lungo sembrò che Benedetto XVI preferisse il silenzio degli amati studi
teologici alle assemblee plaudenti. Penso che abbia dedicato i primi anni del pontificato alla riflessione e
alla preghiera. Quando poi dall' esterno è venuto - per altri motivi - l' attacco alla Chiesa per i preti
pedofili, Papa Ratzinger è uscito dal suo doloroso silenzio, ha riconosciuto l' errore di quelle persone, l'
ha condannato e affidato al giudizio dei tribunali civili. Così ha dato alla Chiesa una rinnovata capacità
di spiegare agli uomini il mistero del peccato e di aiutarli a resistere alle tentazioni, tipiche di questo
nostro tempo che ha perduto la coscienza del bene e del male». Perché il Vaticano finisce per essere
coinvolto, sia pure indirettamente, anche in scandali finanziari? «Gesù fu messo sotto processo e ucciso
per trenta denari. Dopo tre giorni resuscitò». Pure la «cricca» della Protezione civile aveva appoggi in
Vaticano. Balducci era gentiluomo di Sua Santità. «Anche quand' ero all' Italstat i partiti, e non solo la
Dc, avevano i loro Anemone da raccomandare. Tutto dipende dalla risposta». Cosa prova quando si
parla con rimpianto della Rai di Bernabei? «Non nascondo che mi fa piacere il rimpianto. Ma provo un
certo fastidio per quella nostalgia, come per tutte le nostalgie sentimentali: chi ritiene che quella fosse
una buona televisione, si dia da fare perché ritorni. E poi non era solo la Rai di Bernabei, ma di Enzo
Biagi, Alberto Ronchey, Pier Emilio Gennarini, Arrigo Levi, Furio Colombo. Era lo specchio dell' Italia
dei primi Anni 60, divenuta il quarto tra i sette Paesi più ricchi del mondo. Fu allora che, come avevano
previsto Benelli e Fanfani, cominciò l' attacco della finanza protestante ed ebraica». L' attacco? «Mi
rendo conto: cognac ai bambini. Il Sessantotto, il terrorismo, la grande mafia, infine il giustizialismo:
alla fine bastò una spinta per metterci al tappeto. Per fortuna dieci anni fa l' Italia si è sottratta all'
ultima fase della follia della finanza globalizzata. Per merito prevalente di quel "provincialotto" di
Antonio Fazio, che avrà avuto l' ingenuità di intrattenere rapporti anche con i furbetti del quartierino,
ma proibì alle banche italiane di riempirsi di bond spazzatura. Per questo dall' estero gliel' hanno fatta
pagare». Lei nominò Biagi alla guida del telegiornale. Come mai se ne andò così presto? «Era nei patti».
Sicuro? «Con Enzo eravamo molto amici. Concordammo che sarebbe rimasto poco tempo alla guida del
tg per dare una scossa ai servizi giornalistici Rai, che da 25 anni avevano lo stesso direttore, Picone
Stella: con tutto quel che era successo tra il ' 38 e il ' 62! Anche il direttore dei programmi, il maestro
Razzi, era lo stesso dell' era fascista. Insieme avevano fatto fuori il mio predecessore, Filiberto Guala.
Capii che dovevo cambiare tutto». Come trova la tv di oggi? «Permissiva, consumistica, relativista, come
in tutto il mondo, condotto dalla finanza globalizzata alla crisi che stiamo vivendo, attraverso tanti
telegiornali, tanti talk show, tanti film». Come trova il Tg1? «Si è passati da un eccesso di cronaca nera a
un eccesso di cronaca rosa». E Santoro? «In questi anni è stato talvolta l' oppositore di Sua Maestà. Si
ricordi chi fu a inguaiare Occhetto. Ma ora basta. Da quando ho lasciato la Rai non ho mai dato giudizi
sulle persone che vi lavorano». La legge sulle intercettazioni? «Con Echelon in piena attività, il "grande
orecchio" creato dagli americani e venduto agli inglesi che registra qualsiasi conversazione degli ultimi
quindici anni, una legge per impedire al maresciallo dei carabinieri di sbobinare le nostre telefonate non
risolve il problema». La concorrenza della tv privata ha fatto bene o male alla Rai? «Dopo 35 anni di
concorrenza e di aggressioni di vario genere, la Rai tiene ancora il primato degli ascolti. Il servizio
pubblico non è morto. Guardi l' Inghilterra: dopo gli errori imposti dalla Thatcher e dai suoi dante
causa, ha rafforzato il carattere pubblico della Bbc liberandola dal cappio della pubblicità e
aumentandone il canone. Così la tv di Stato è stata messa in grado di perseguire il bene comune». Cosa
pensa di Berlusconi? «All' inizio degli Anni 90 Craxi, Andreotti e Forlani concordarono con Agnelli che
anche un imprenditore laico avrebbe potuto fare il primo ministro. Ma dopo le elezioni del ' 92 l'
Avvocato non se la sentì. Berlusconi ebbe il coraggio di scendere in campo e riempire il vuoto lasciato
dalla Dc, salvando il Paese da pericolose avventure. Poi Forza Italia e ora il Pdl hanno subito la reazione
di quei telespettatori che, insoddisfatti e frustrati dalla tv permissiva, consumistica e relativista,
continuano a votare contro chi detiene il potere: nel ' 92 tolsero sei punti alla Dc, nel 2001 mandarono a
casa le sinistre; visto che la tv rimaneva sempre la stessa, nel 2006 tolsero la maggioranza al
centrodestra, e nel 2008 al centrosinistra». Cosa farà la Lux? «Cartoni animati per i bambini costretti a
guardare i prodotti giapponesi: porteremo in tv i viaggi di Giulio Verne. E sceneggiati di qualità.
Ambienteremo la favola di Cenerentola nell' Italia della trattativa tra Fiat e Opel. Il principe azzurro
sarà il figlio di un manager tedesco». Qual è stata la fiction papale più difficile? «Quella su Paolo VI. Un
grande che aveva fatto le sue cose più importanti prima di diventare Papa». Ad esempio? «Preparare la
nascita della Dc. Formare i laici che l' avrebbero guidata: Moro, Fanfani, Andreotti. Portare a Roma la
cultura cattolica francese di Maritain e Mounier. Da Papa invece fu costretto a fare il contrario: frenare.
In particolare gli sbandamenti avvenuti quando il ' 68 entrò nella Chiesa». Che cos' è l' Opus Dei? «Una
cosa del tutto diversa da quel che si dice in giro. È come una diocesi universale che ha per fine la
santificazione della vita quotidiana di sacerdoti e laici, uomini e donne. Conta per la formazione
spirituale e professionale dei suoi aderenti». Lei quando vi entrò? «Alla fine degli Anni 70. Da tempo
me lo chiedevano, ma io rispondevo: "Cosa fate? Messe, preghiere, meditazioni quotidiane? Ma io
queste cose le faccio già". Poi ho capito che occorreva un argine contro gli sbandamenti di cui parlavo».
C' è spazio in Italia per un partito cattolico centrista? «Oggi non è possibile ricostruire la Dc. È possibile
e anzi doveroso che i cattolici si sveglino da questi vent' anni di letargo, e si dedichino alla formazione di
giovani politici, comunicatori, manager». Cosa ricorda di Wojtyla? «Il coraggio con cui mostrò la
decadenza del suo corpo, per farci capire il mistero del dolore. E la profezia che consegnò a due miei
amici che erano a colazione con lui, Gianni Pasquarelli e Gianpaolo Cresci: "Io ho visto la fine del
comunismo. Voi vedrete la fine del capitalismo di speculazione finanziaria". Direi che ci siamo». Come
si esce dalla crisi? «Gli italiani devono tornare a fare figli. A sposarsi entro i 25 anni, se non vogliono
rassegnarsi a un' Europa popolata in prevalenza da africani e asiatici di cultura musulmana, confuciana
o induista. Si deve tornare a una vita semplice e di lavoro duro. Lo sa che ogni giorno buttiamo nella
spazzatura 4 mila tonnellate di cibo buono?». Lei a che età si è sposato? «Non ne avevo ancora compiuti
25, ero giornalista praticante e guadagnavo 7 mila lire al mese. Però bisogna buttarsi. Anche i precari
dovrebbero avere il coraggio di fare figli. Io prego ogni giorno per i miei, e prego la mia figliola Paola che
se n' è andata per la leucemia, dopo 22 anni di olocausto personale». È vero che prega anche per
Berlusconi? «Sì. Tutti i giorni. I governanti ne hanno molto bisogno». Aldo Cazzullo Cazzullo Aldo
Pagina 9
(30 maggio 2010) - Corriere della Sera

Per completezza anche le reazioni all'intervista:

La polemica Dopo l' intervista con l' ex direttore generale della Rai
Accuse alle lobby anti-Chiesa
Protestano le comunità ebraiche
Bernabei contro la «finanza globale». Vian: stereotipi

MILANO - Il più lapidario è Ettore Gotti Tedeschi: «Pur riconoscendo che Bernabei è un uomo di grandissimo prestigio, non sono per niente d' accordo con le sue affermazioni». La sintetica dichiarazione del presidente dello Ior, la banca vaticana, restituisce bene l' opinione diffusa nel mondo cattolico riguardo alle parole di Ettore Bernabei: grande rispetto per il presidente per antonomasia della Rai, che guidò dal 1958 al 1974, ma ferma presa di distanza da quelle opinioni. Intervistato da Aldo Cazzullo, Bernabei parla infatti di «attacchi alla Chiesa» da parte della «lobby della finanza globalizzata» e poi accenna alla «finanza protestante ed ebraica» che prese di mira l' Italia negli anni ' 60. Affermazioni che ieri hanno spinto l' Ucei, l' Unione delle comunità ebraiche, a riunirsi per mettere a punto una risposta. Per il direttore dell' Osservatore Romano, Gian Maria Vian, si può parlare di stupore. «Io - spiega - non sono per nulla d' accordo con queste considerazioni. Per quanto conosco Bernabei, di cui io ho stima, ciò mi sembra in contraddizione con quello che lui pensa e ha fatto negli ultimi anni». Il direttore del quotidiano vaticano si riferisce alla Lux Vide, la società di produzione fondata dallo stesso Bernabei: «Da quando ha lasciato la dirigenza pubblica, con Lux ha realizzato una quantità enorme di film di argomento religioso e quindi anche ebraico. Fin all' ultimo caso, "Sotto il cielo di Roma" su Pio XII, che è in sostanza la storia di una famiglia ebrea. E lui ha sempre tenuto ad avere dei consulenti anche di parte ebraica». Detto questo, Vian non vuole lasciare dubbi: «Ma io certo con quelle dichiarazioni non posso essere d' accordo. Sono stereotipi che non aiutano a comprendere la realtà e anzi potrebbero risultare pericolosi». Anche Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, prende le distanze con decisione: «Ha poco senso - riflette - aggettivare religiosamente certa grande finanza, è assurdo parlare di finanza protestante o ebraica». Semmai, secondo Tarquinio, «se del malumore ci può essere in certi ambienti finanziari per le posizioni molto chiare assunte dalla Chiesa cattolica nella Caritas in veritate, certo non sono influenzate da valutazioni di tipo religioso». Conclude il direttore: «Il punto è l' impatto fortissimo del richiamo a una finanza etica». Ma la comunità ebraica è costernata. Riccardo Pacifici, il portavoce, spiega: «Siamo indignati da una parte e preoccupati dall' altra. Questa idea di una lobby ebraica sempre pronta ad attaccare la chiesa speravamo davvero avesse fatto il suo tempo, vista anche la recente visita del Pontefice alla sinagoga di Roma». Ma, appunto, non manca l' inquietudine: «Anche in considerazione dei sacrifici economici che tutti dobbiamo sostenere, pensiamo che posizioni di questo genere possano alimentare in alcune fasce meno istruite l' odio verso gli altri e i diversi». Conclude Pacifici: «Ci auguriamo che possano arrivare scuse e chiarimenti, altrimenti dovremo valutare ogni azione possibile». Yasha Reibman è l' ex portavoce della comunità ebraica milanese. E sbuffa: «Da un uomo che produce fiction ci saremmo davvero attesi più fantasia che non il solito complotto ebraico. Eppure, quel che preoccupa è proprio che posizioni del genere vengano da una persona che è stata per molti anni al vertice della più grande azienda culturale del paese. Con quel tono di chi dice una verità dura ma che va pur detta. È una cosa terribile. E nell' intervista, fa di tutto per farci credere che sia figlio del suo tempo, dell' Italia dele leggi razziali e della chiesa preconciliare». Aggiunge Reibman: «Io, se fossi in Vaticano, sarei in serio imbarazzo. Perché la chiesa oggi è sicuramente lontanissima da queste posizioni, ma la vicinanza di quest' uomo al Vaticano è un fatto». Marco Cremonesi RIPRODUZIONE RISERVATA Sul «Corriere» L' intervista Nell' intervista di Aldo Cazzullo sul Corriere di ieri (sotto), il fondatore della Lux Vide Ettore Bernabei sostiene che «l' attacco alla Chiesa è mosso da interessi finanziari... c' è la volontà di paralizzarla perché non ubbidisce alle lobby della finanza globalizzata» L' attacco all' Italia Bernabei parla poi della Rai, affermando che nei primi Anni Sessanta era lo specchio dell' Italia, divenuta il quarto tra i sette Paesi più ricchi del mondo. «Fu allora che - spiega Bernabei - come avevano previsto Benelli e Fanfani, cominciò l' attacco della finanza protestante ed ebraica» * Hanno detto Gian Maria Vian, direttore dell' Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale della Santa Sede " Bernabei mi sembra in contraddizione con quello che ha fatto negli ultimi anni" * Marco Tarquinio, direttore di «Avvenire», quotidiano della Conferenza episcopale italiana " Ha poco senso aggettivare religiosamente la grande finanza, protestante o ebraica " * Yasha Reibman, consigliere comunità ebraica di Milano, lista per Israele " Da chi produce fiction mi sarei atteso più fantasia che non il solito complotto ebraico
Cremonesi Marco
Pagina 23
(31 maggio 2010) - Corriere della Sera

venerdì 4 giugno 2010

GAZA E BANGKOK: PESI E MISURE DIVERSE

Lettera 8

Egregio signor Dago, guardi lei i casi della vita: quando qualche settimana addietro, dopo due mesi di occupazione del centro di Bangkok, le camicie rosse furono finalmente sloggiate con la forza dalla polizia e dall'esercito tailaindese, il Corriere della Sera pubblicò un articolo dal titolo "Bangkok, la Tien An Men tailandese", evocando quindi grandi stragi immotivate e ingiustificabili; l'altro giorno, dopo i sanguinosi fatti della cosiddetta flottiglia della pace nei pressi di Gaza, lo stesso Corriere pubblicava articoli a sostegno della giustezza e giustificabilità dell'intervento di Israele. Sempre pesi e misure diversi. Forse un'occhiata a chi compone il consiglio di amministrazione di RCS aiuterebbe a capire?.
Anacleto Mitraglia

http://www.dagospia.com/rubrica-1/varie/articolo-16155.htm

venerdì 28 maggio 2010

MANOVRA ECONOMICA: Aboliamo l'AGES.Agenzia Autonoma per la gestione dell'Albo dei Segretari Comunali e Provinciali

Pompeo Savarino, segretario generale del comune di Anzio

«Quanto risparmierà lo Stato con i tagli ai dirigenti? Cinquanta milioni di euro? È un provvedimento più che altro utile a segnalare agli impiegati che veniamo toccati anche noi. Prima, taglierei altre cose...».
Esempi? «Certi enti. Noi dipendevamo dalle Prefetture, ma da qualche anno siamo gestiti da una Agenzia nazionale, 170 consiglieri d’amministrazione per 4000 segretari comunali, con un bilancio da 120 milioni di euro: posti per ex parlamentari, ex sottosegretari, segretari regionali di partito...


http://www.corriere.it/cronache/10_maggio_25/tagli-ricorso-funzionario_b984e648-6...

domenica 9 maggio 2010

CHI TRAMA PER INSEDIARE UN GOVERNO TECNICO?

«Tramano per insediare un governo tecnico»

Roma «A me sembra siano tornati i tempi dell’uso strumentale della custodia
cautelare». È stato Giorgio Stracquadanio a incontrare Silvio Scaglia in carcere.
La lunga detenzione del manager, secondo il deputato Pdl, non è casuale. Ricorda
l’uso del carcere preventivo «per estorcere confessioni su reati non commessi. Lui
non è più in Fastweb, ma Fastweb fa gola a molti. E soprattutto, fa gola a chi
vuole impedire il progetto del governo di realizzare un unico gestore della rete
delle telecomunicazioni».
Ma non c’è solo il caso dell’ex ad della compagnia di telecomunicazioni. È vero
che le cronache giudiziarie sembrano quelle degli anni Novanta, però - sostiene
Stracquadanio - non è una nuova Tangentopoli. Non sono nemmeno casi isolati,
né un lento assedio a Berlusconi. «Per me - spiega - è ancora più grave. Vediamo i
casi. Cade Scajola. Il ministro che aveva nelle mani il dossier sul nucleare e al
quale qualcuno rimproverava un atteggiamento non ecumenico. Il ministro che si
era scontrato un po’ a muso duro con il vero uomo forte di Fiat, Sergio
Marchionne sulla questione degli incentivi. Girano voci che stiano compiendo
indagini su Matteoli, il ministro che deve realizzare uno dei simboli del governo
Berlusconi: il ponte sullo Stretto. C’è chi dice, negli ambienti dei costruttori, che
il general contractor non voglia più farlo». Poi l’avviso di garanzia a Verdini.
«Sembra - sostiene il parlamentare - un messaggio. È come se qualcuno dovesse
pagare la colpa di avere deciso che l'eolico in Sardegna non si fa e che non si
realizza quanto promesso da Cappellacci e Berlusconi in campagna elettorale. E
sa a chi aveva affidato Soru, l'ex presidente Sardo, tutto l'eolico? A Sorgenia,
gruppo De Benedetti, che usa tecnologia di Edf». Un altro complotto? «No. So
che quando ci sono interessi reali, il gioco si fa pesante e che in Italia oggi l'arma più forte è usare la giustizia. Dall'uso politico siamo passati all'uso politico economico della giustizia».

Dietro non c’è il Pd. E nemmeno Di Pietro. Difficile dimostrare anche un
collegamento con i problemi del Pdl, anche se una coincidenza Stracquadanio la
rileva. «C'è una cosa irragionevole: Fini sferra l'attacco alla leadership di
Berlusconi nel momento in cui è politicamente invincibile. Non è che qualcuno
gli ha detto che quell’attacco serviva comunque?». Difficile anche capire a cosa
puntino i protagonisti di questo «uso politico-economico della giustizia».
Probabilmente il governo tecnico, che «potrebbe chiudere tutte queste partite,
con la soddisfazione di chi vuole rimuovere l’unico ostacolo al compimento di
disegni da prima Repubblica, cioè Silvio Berlusconi». Una cosa è certa. E cioè che
«i veri conflitti di interesse sono quelli occulti, non quelli che riguardano il
Cavaliere che è sotto i riflettori tutti i giorni». L’altra certezza di Stracquadanio
riguarda la riuscita di questi disegni. «Rispondo citando Bossi: fino a quando ci
saranno Silvio e Umberto non succederà niente. È proprio così».

© IL GIORNALE ON LINE S.R.L.
Il Giornale - n. 421 del 08-05-2010

L'ABORTO CHE NESSUNO RACCONTA: il feto pu' sopravvivere due giorni

Il feto sopravvissuto? È l’aborto choc che nessuno racconta

Il piccolo è rimasto in vita due giorni. Succede spesso se l’interruzione avviene
oltre la metà della gravidanza. In questi casi i neonati vengono lasciati morire
senza assistenza

di Melania Rizzoli*

Il cappellano del nosocomio di Rossano, in provincia di Cosenza, sabato scorso
aveva saputo che la mattina presto era stato eseguito un aborto terapeutico nel
suo ospedale, e verso le 12, dopo aver celebrato la messa e aver fatto il giro dei
malati nelle corsie, si è avviato nella sala operatoria dove era avvenuta
l’interruzione di gravidanza, per pregare per un’altra anima mai venuta al
mondo.
Il prete si è avvicinato al tavolo di metallo dove, in un fagottino di tela bianca, era
stato deposto il feto di 22 settimane abortito da oltre quatto ore… e con orrore ha
notato un movimento. Quando ha scostato il telo ha potuto constatare che il feto
non solo non era morto, ma era ancora vivo, respirava e si muoveva, nonostante
il cordone ombelicale non legato, il tempo trascorso dall’uscita dall’utero
materno, e il freddo dell’aria condizionata, sempre accesa in sala operatoria.
Fatta la drammatica scoperta il cappellano ha chiesto aiuto, ha protestato per la
mancanza di cure e di assistenza e quindi il piccolo bambino abortito è stato
infilato in un’incubatrice di Neonatologia nell’ospedale civile dell’Annunziata di
Cosenza dove ha smesso di respirare ben due giorni dopo, lunedì mattina.
La Procura ha aperto un’inchiesta e l’opinione pubblica griderà allo scandalo e
all’orrore per questo caso. Ma è necessario sapere che casi del genere succedono
di frequente. Proprio così.
Una gravidanza regolare dura quaranta settimane, per cui se un feto viene
abortito oltre la metà delle settimane di gestazione, ma spesso anche prima, è
molto probabile che nasca vivo. Anzi molto spesso nasce vivo. In sala operatoria
il medico abortista consegna il feto abortito, a cui non viene legato il cordone
ombelicale per accelerarne la morte, né viene riservata alcun tipo di assistenza,
ad un’infermiera che lo avvolge in un fagotto di garze, appunto, e lo pone su un
tavolino lì vicino, mentre le attenzioni di tutti i presenti si concentrano
nuovamente sulla donna adulta e viva, che ha appena partorito, spesso in
anestesia, mentre il feto appena nato viene abbandonato in solitudine al suo
destino, che è appunto quello di essere stato abortito. Nessuno dell’équipe
medica e infermieristica operativa e in nessun modo ha l’autorizzazione, il
compito, e la facoltà di sopprimere il feto nato vivo, né di accelerare la sua fine,
per cui si attende, lasciandolo senza assistenza medica né assistenza terapeutica,
che la vita, o la morte, faccia il suo «naturale» decorso.
Molte volte, come nel caso di Cosenza, un feto, anche se malformato, può
resistere in vita anche diverse ore, con grande disagio ed imbarazzo del personale
infermieristico che non può interrompere il servizio, né rendere agibile la sala
operatoria per un altro intervento, prima che tutto il precedente sia compiuto e
che la procedura sanitaria successiva sia terminata e certificata.
Non c’è nemmeno una norma o legge che impegni il personale sanitario a
monitorare il feto che nasce vivo, o a praticare su di lui alcunché, anche perché il
medico che interrompe la gravidanza è abilitato appunto all’esecuzione
dell’aborto, e quindi alla eliminazione definitiva del feto stesso.
Coloro che parleranno di questo caso come «caso raro», mentono o non
conoscono, o non hanno mai frequentato le sale ginecologiche né le sale
operatorie, in genere allestite per la salvaguardia e la tutela della vita umana, ma
talvolta adibite a scopi opposti.
Fortunatamente le molte madri mancate non conoscono queste storie dolorose,
non conoscono nemmeno il sesso del proprio bambino, non vengono a
conoscenza e non sanno quasi mai se il loro figlio abortito abbia respirato, vagito,
o mosso gli arti in attesa della fredda morte, vissuta in completa solitudine e
abbandono terapeutico, anzi nessuna di loro si pone proprio il problema, mai
reso pubblico e tanto crudele da sembrare inverosimile tanto da invocare la
strage degli innocenti.
In proposito mi vengono solo in mente i versi del poeta francese Guillaume
Apollinaire il quale, scrivendo delle madri rinunciatarie, recitava: «Mettono
bruscamente al mondo dei bambini, che hanno appena il tempo di morire».
Ecco, alcuni di loro, i più sfortunati certamente, hanno «abbastanza» tempo di morire…
*Medico, deputato Pdl

© IL GIORNALE ON LINE S.R.L

http://www.ilgiornale.it/interni/il_feto_sopravvissuto__laborto_choc_che_nessuno_ra... 27/04/2010