La pace sia con te

lunedì 30 maggio 2011

L'INFERNO. GESU' LO DESCRIVE A MARIA VALTORTA.

A riguardo delle Rivelazioni private
"... E questi carismi, straordinari o anche più semplici e più comuni, siccome sono soprattutto adatti ed utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione ...
Ma il giudizio sulla loro genuinità ed ordinato uso appartiene all'Autorità Ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non spegnere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono."
(dalla Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, Cap. 2, nr. 12)

Conformemente al Decreto di S.S. Papa Urbano VIII, rimettiamo tutti i messaggi della presente raccolta e le rivelazioni al giudizio della Chiesa, che qui non vogliamo in alcun modo prevenire o pregiudicare.
Dopo l'approvazione e la promulgazione A. A. S. 56/18 del 29 dicembre 1966 del Decreto della Congregazione per l'Insegnamento della Fede del 15 novembre 1966 da parte di S.S. Papa Paolo VI, è permessa la pubblicazione di scritti su apparizioni e rivelazioni senza l'Imprimatur, cioè senza permesso di stampa ecclesiale.

Maria Valtorta. I QUADERNI DEL 1944: QUADERNO N° 13 – EDITRICE CEV

15 gennaio 1944. Dice Gesù:

«Una volta ti ho fatto vedere il Mostro d’abisso. Oggi ti parlerò del suo regno. Non ti posso sempre tenere in paradiso. Ricordati che tu hai la missione di richiamare delle verità ai fratelli che troppo le hanno dimenticate. E da queste dimenticanze, che sono in realtà sprezzi per delle verità eterne, provengono tanti mali agli uomini.
Scrivi dunque questa pagina dolorosa. Dopo sarai confortata. È la notte del venerdì. Scrivi guardando al tuo Gesù che è morto sulla croce fra tormenti tali che sono paragonabili a quelli dell’inferno, e che l’ha voluta, tale morte, per salvare gli uomini dalla Morte.
Gli uomini di questo tempo non credono più all’esistenza dell’Inferno. Si sono congegnati un al di là a loro gusto e tale da essere meno terrorizzante alla loro coscienza meritevole di molto castigo. Discepoli più o meno fedeli dello Spirito del Male, sanno che la loro coscienza arretrerebbe da certi misfatti, se realmente credesse all’Inferno così come la Fede insegna che sia; sanno che la loro coscienza, a misfatto compiuto, avrebbe dei ritorni in se stessa e nel rimorso troverebbe il pentimento, nella paura troverebbe il pentimento e col pentimento la via per tornare a Me.
La loro malizia, istruita da Satana, al quale sono servi o schiavi (a seconda della loro aderenza ai voleri e alle suggestioni del Maligno) non vuole questi arretramenti e questi ritorni. Annulla perciò la fede nell’Inferno quale realmente è e ne fabbrica un altro, se pure se lo fabbrica, il quale non è altro che una sosta per prendere lo slancio ad altre, future elevazioni.

Spinge questa sua opinione sino a credere sacrilegamente che il più grande di tutti i peccatori dell’umanità, il figlio diletto di Satana, colui che era ladro come è detto nel Vangelo (Giov. 12, 4-6), che era concupiscente e ansioso di gloria umana come dico Io, l’Iscariota, che per fame della triplice concupiscenza si è fatto mercante del Figlio di Dio e per trenta monete e col segno di un bacio � un valore monetario irrisorio e un valore affettivo infinito - mi ha messo nelle mani dei carnefici, possa redimersi e giungere a Me passando per fasi successive.
No. Se egli fu il sacrilego per eccellenza, Io non lo sono. Se egli fu l’ingiusto per eccellenza, Io non lo sono. Se egli fu colui che sparse con sprezzo il mio Sangue, Io non lo sono. E perdonare a Giuda sarebbe sacrilegio alla mia Divinità da lui tradita, sarebbe ingiustizia verso tutti gli altri uomini, sempre meno colpevoli di lui e che pure sono puniti per i loro peccati, sarebbe sprezzo al mio Sangue, sarebbe infine venire meno alle mie leggi.
Ho detto, Io Dio Uno e Trino, che ciò che è destinato all’Inferno dura in esso per l’eternità, perché da quella morte non si esce a nuova resurrezione. Ho detto che quel fuoco è eterno e che in esso saranno accolti tutti gli operatori di scandali e di iniquità. Né crediate che ciò sia sino al momento della fine del mondo. No, ché anzi, dopo la tremenda rassegna, più spietata si farà quella dimora di pianto e tormento, poiché ciò che ancora è concesso ai suoi ospiti di avere per loro infernale sollazzo - il poter nuocere ai viventi e il veder nuovi dannati precipitare nell’abisso - più non sarà, e la porta del regno nefando di Satana sarà ribattuta, inchiavardata dai miei angeli, per sempre, per sempre, per sempre, un sempre il cui numero di anni non ha numero e rispetto al quale, se anni divenissero i granelli di rena di tutti gli oceani della terra, sarebbero meno di un giorno di questa mia eternità immisurabile, fatta di luce e di gloria nell’alto per i benedetti, fatta di tenebre e orrore per i maledetti nel profondo.

Ti ho detto che il Purgatorio è fuoco di amore. L’Inferno è fuoco di rigore.
Il Purgatorio è luogo in cui, pensando a Dio, la cui Essenza vi è brillata nell’attimo del particolare giudizio e vi ha riempito di desiderio di possederla, voi espiate le mancanze di amore per il Signore Dio vostro. Attraverso l’amore conquistate l’Amore, e per gradi di carità sempre più accesa lavate la vostra veste sino a renderla candida e lucente per entrare nel regno della Luce i cui fulgori ti ho mostrato giorni sono.
L’Inferno è luogo in cui il pensiero di Dio, il ricordo del Dio intravveduto nel particolare giudizio non è, come per i purganti, santo desiderio, nostalgia accorata ma piena di speranza, speranza piena di tranquilla attesa, di sicura pace che raggiungerà la perfezione quando diverrà conquista di Dio, ma che già dà allo spirito purgante un’ilare attività purgativa perché ogni pena, ogni attimo di pena, li avvicina a Dio, loro amore; ma è rimorso, è rovello, è dannazione, è odio. Odio verso Satana, odio verso gli uomini, odio verso se stessi.

Dopo averlo adorato, Satana, nella vita, al posto mio, ora che lo posseggono e ne vedono il vero aspetto, non più celato sotto il maliardo sorriso della carne, sotto il lucente brillìo dell’oro, sotto il potente segno della supremazia, lo odiano perché causa del loro tormento.
Dopo avere, dimenticando la loro dignità di figli di Dio, adorato gli uomini sino a farsi degli assassini, dei ladri, dei barattieri, dei mercanti di immondezze per loro, adesso che ritrovano i loro padroni per i quali hanno ucciso, rubato, truffato, venduto il proprio onore e l’onore di tante creature infelici, deboli, indifese, facendone strumento al vizio che le bestie non conoscono � alla lussuria, attributo dell’uomo avvelenato da Satana � adesso li odiano perché causa del loro tormento.
Dopo avere adorato se stessi dando alla carne, al sangue, ai sette appetiti della loro carne e del loro sangue tutte le soddisfazioni, calpestando la Legge di Dio e la legge della moralità, ora si odiano perché si vedono causa del loro tormento.
La parola “Odio” tappezza quel regno smisurato; rugge in quelle fiamme; urla nei chachinni dei demoni; singhiozza e latra nei lamenti dei dannati; suona, suona, suona come una eterna campana a martello; squilla come una eterna buccina di morte; empie di sé i recessi di quella carcere; è, di suo, tormento, perché rinnovella ad ogni suo suono il ricordo dell’Amore per sempre perduto, il rimorso di averlo voluto perdere, il rovello di non poterlo mai più rivedere.

L’anima morta, fra quelle fiamme, come quei corpi gettati nei roghi o in un forno crematorio, si contorce e stride come animata di nuovo da un movimento vitale e si risveglia per comprendere il suo errore, e muore e rinasce ad ogni momento con sofferenze atroci, perché il rimorso la uccide in una bestemmia e l’uccisione la riporta al rivivere per un nuovo tormento. Tutto il delitto di aver tradito Dio nel tempo sta di fronte all’anima nell’eternità; tutto l’errore di aver ricusato Dio nel tempo sta per suo tormento presente ad essa per l’eternità.
Nel fuoco le fiamme simulano le larve di ciò che adorarono in vita, le passioni si dipingono in roventi pennellate coi più appetitosi aspetti, e stridono, stridono il loro memento: “Hai voluto il fuoco delle passioni. Ora abbiti il fuoco acceso da Dio il cui santo Fuoco hai deriso”.
Fuoco risponde a fuoco. In Paradiso è fuoco di amore perfetto. In Purgatorio è fuoco di amore purificatore. In Inferno è fuoco di amore offeso. Poiché gli eletti amarono alla perfezione, l’Amore a loro si dona nella sua Perfezione. Poiché i purganti amarono tiepidamente, l’Amore si fa fiamma per portarli alla Perfezione. Poiché i maledetti arsero di tutti i fuochi, men che del Fuoco di Dio, il Fuoco dell’ira di Dio li arde in eterno. E nel fuoco è gelo.
Oh! che sia l’Inferno non potete immaginare. Prendete tutto quanto è tormento dell’uomo sulla terra: fuoco, fiamma, gelo, acque che sommergono, fame, sonno, sete, ferite, malattie, piaghe, morte, e fatene una unica somma e moltiplicatela milioni di volte. Non avrete che una larva di quella tremenda verità.

Nell’ardore insostenibile sarà commisto il gelo siderale. I dannati arsero di tutti i fuochi umani avendo unicamente gelo spirituale per il Signore Iddio loro. E gelo li attende per congelarli dopo che il fuoco li avrà salati come pesci messi ad arrostire su una fiamma. Tormento nel tormento questo passare dall’ardore che scioglie al gelo che condensa.
Oh! non è un linguaggio metaforico, poiché Dio può fare che le anime, pesanti delle colpe commesse, abbiano sensibilità uguali a quelle di una carne, anche prima che quella carne rivestano. Voi non sapete e non credete. Ma in verità vi dico che vi converrebbe di più subire tutti i tormenti dei miei martiri anziché un’ora di quelle torture infernali.
L’oscurità sarà il terzo tormento. Oscurità materiale e oscurità spirituale. Esser per sempre nelle tenebre dopo aver visto la luce del paradiso ed esser nell’abbraccio della Tenebra dopo aver visto la Luce che è Dio! Dibattersi in quell’orrore tenebroso in cui si illumina solo, al riverbero dello spirito arso, il nome del peccato per cui sono in esso orrore confitti! Non trovare appiglio, in quel rimestìo di spiriti che si odiano e nuocciono a vicenda, altro che nella disperazione che li rende folli e sempre più maledetti. Nutrirsi di essa, appoggiarsi ad essa, uccidersi con essa. La morte nutrirà la morte, è detto. La disperazione è morte e nutrirà questi morti per l’eternità.
Io ve lo dico, Io che pur l’ho creato quel luogo: quando sono sceso in esso per trarre dal Limbo coloro che attendevano la mia venuta, ho avuto orrore, Io, Dio, di quell’orrore; e, se cosa fatta da Dio non fosse immutabile perché perfetta, avrei voluto renderlo meno atroce, perché sono l’Amore e di quell’orrore ho avuto dolore.

E VOI CI VOLETE ANDARE.

Meditate, o figli, questa mia parola. Ai malati viene data amara medicina, agli affetti da cancri viene cauterizzato e reciso il male. Questa è per voi, malati e cancerosi, medicina e cauterio di chirurgo. Non rifiutatela. Usatela per guarirvi. La vita non dura per questi pochi giorni della terra. La vita incomincia quando vi pare finisca, e non ha più termine.
Fate che per voi scorra là dove la luce e la gioia di Dio fanno bella l’eternità e non dove Satana è l’eterno Suppliziatore.»





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martedì 24 maggio 2011

GUERRA CONTRO LA LIBIA: CUI PRODEST?

(maggio 2011) da Asianews

La folle e scandalosa guerra contro la Libia

di Piero Gheddo

Il silenzio della stampa e delle Tv italiane sulle denunzie e le proposte del vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, mi stupisce e scandalizza, perché sono stato in Libia nel 2007 e conosco Martinelli, nato in Libia da coloni italiani, vescovo da quarant’anni. Eppure lui parla e nessuno o pochissimi li ascoltano. Seguendo gli appelli del Papa per la pace in Libia (anche il giorno di Pasqua) da settimane e da mesi su “Asia News” e alla Radio Vaticana, il vescovo di Tripoli alza la voce e denunzia una guerra senza scopo che esaspera i conflitti, aumenta l’odio e la violenza, prepara un futuro certamente peggiore per tutti i libici. Tre giorni fa ha dichiarato: “Aprire al dialogo con tutte le parti è la cosa migliore da fare. Le bombe della Nato non servono a nulla e occorre considerare tutte le parti in campo, non solo i ribelli” ed ha chiesto “di offrire l’ipotesi di un dialogo fra la parti e la fine delle ostilità”. Ancora ieri il vescovo ha proposto “la tregua di una settimana, per rispetto della vita umana, della famiglia e della Libia. È un atto di umanità e i libici sono sensibili a questi gesti, nonostante la rabbia provocata dalla guerra” ; e invitava i membri del “Gruppo di contatto” (riunito a Roma) “a considerare la possibilità di un governo di transizione presieduto anche da membri del regime, per evitare che si diffondano odio e diffidenza fra la popolazione”.

Insomma, nonostante gli appelli di Benedetto XVI e le angosciate parole del vescovo di Tripoli, quello che era un “intervento umanitario” per salvare i libici dalle violenze di Gheddafi è ormai diventato una guerra, nella quale l’Occidente si è schierato con la Cirenaica contro la Tripolitania. “Tutti parlano di aiutare i ribelli – afferma mons. Martinelli – i giornali scrivono sulla difficile situazione umanitaria nelle città della Cirenaica, che è drammatica, ma nessuno parla della popolazione di Tripoli, ugualmente stremata dalla guerra e dai bombardamenti Nato”. La guerra in Libia diventa sempre più incomprensibile anche agli italiani e ai popoli occidentali, perché non tiene conto di tre fattori. Ecco in breve:

1) La Libia non è la Tunisia né l’Egitto, che hanno uno stato unitario e una robusta classe intellettuale e media. Si legga “Gheddafi” di Angelo Del Boca, studioso serio e profondo (Laterza 2011), per capire come la Libia non ha questa società moderna matura ed è divisa fin dal tempo dell’Impero ottomano in due regioni, la Tripolitania e la Cirenaica, e basata sulle tribù, sui clan familiari e le confraternite islamiche. Nella guerra civile libica, l’Occidente che si schiera apertamente con una delle due parti, invece di tentare di avviarle al dialogo e ad un governo condiviso, sta affondando il paese in una interminabile sequela di guerriglie, vendette, terrorismi, lotte tribali. Chi vive sul posto come il vescovo Martinelli, profondamente innamorato del popolo libico, queste cose le conosce da una vita e quando parla andrebbe ascoltato. Per telefono dice: “Non se c’è qualche altro italiano che conosce la Libia ed è innamorato di tutto il popolo libico come me, eppure io parlo e nessuno mi ascolta”.

2) Gheddafi è un dittatore e questa parola dice tutto. Però nel mondo islamico credo che nessun altro come lui stava avviando il suo popolo al mondo moderno. Dagli anni novanta ad oggi a usato le immense risorse del petrolio per fare scuole, ospedali, università, dispensari medici nei villaggi, strade lastricate anche nel deserto, case popolari a bassissimo prezzo per tutti; ha fatto molto per la liberazione delle donne, mandando le bambine a scuola e le ragazze all’università (all’inizio il mondo universitario non le voleva!), varando leggi favorevoli alla donna nel matrimonio, abolendo nei villaggi le alte mura che delimitavano il cortile in cui stavano le donne, ecc. Ha tirato su l’acqua da 800-1000 metri nel deserto, portandola in Tripolitania e in Cirenaica con due canali sotterranei (di 800-900 chilometri) in cilindri di cemento (alti più d’un uomo). Oggi in Libia c’è acqua corrente per tutti. Potrei continuare. Gheddafi è un dittatore e per reprimere la rivolta ha usato mezzi che usano in situazioni simili in Siria e in Yemen. Giusto fermarlo, ma presentarlo all’Occidente come un dittatore sanguinario paragonabile a Hitler e volerlo ad ogni costo eliminare, significa suscitare altro odio non contro un uomo, ma contro tutti coloro che sono dalla sua parte.

3) Gheddafi non ha dato la libertà politica e di stampa, è vero. Ma ha iniziato ad educare il popolo libico controllando le moschee, le scuole coraniche, gli imam e le istituzioni islamiche, che in molti altri paesi islamici (ad esempio in Indonesia, visitata di recente) sfuggono totalmente al potere statale, diffondono l’ideologia anti-occidentale e venerano “i martiri dell’islam”, cioè i kamikaze terroristi che conosciamo. In Libia assolutamente non è così. A Tripoli c’è un comitato di saggi dell’islam che prepara l’istruzione religiosa del venerdì e la diffonde con molto anticipo in tutte le moschee della Libia. L’imam locale deve leggere quel testo. Se toglie o aggiunge qualcosa, a dirigere quella moschea viene nominato un altro.

Non solo. Nel 1986 Gheddafi ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo di mandargli suore infermiere per i suoi ospedali. Il Papa ne ha mandate un centinaio, anche italiane ma specialmente indiane e filippine. Oggi in Libia ci sono un’ottantina di suore e 10.000 infermiere soprattutto filippine, oltre a molti medici cattolici stranieri. Il vescovo Martinelli mi diceva: “Queste donne cattoliche, competenti, gentili, che trattano gli ammalati in modo umano, stanno cambiando la mentalità del popolo riguardo al cristianesimo”. E questo me lo diceva in base a molti elogi sentiti da musulmani sul come i cristiani formano le loro donne. La Libia finora era uno dei pochi paesi islamici in cui i cristiani (ci sono anche migliaia di copti egiziani) sono quasi totalmente liberi, eccetto naturalmente di convertire i libici al cristianesimo. Insomma, a chi interessa questa guerra?






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mercoledì 4 maggio 2011

GESU' A MARIA VALTORTA SULLA REINCARNAZIONE

7 gennaio 1944.

Dice Gesù:
«Uomo che mi sei caro nonostante i tuoi errori, pecora spersa per la quale ho camminato e per la quale ho versato il mio Sangue per segnarti la via della Verità, questo dettato è per te. Una istruzione per te. Una luce per te. Non rifiutare il mio dono. Non commettere sacrilegio di pensare che è più giusta altra parola di questa.

Questa è mia. È la mia voce che da secoli è sempre la stessa, che non muta, che non si contraddice, che non si rinnova col passare dei secoli perché è perfetta e il progresso non la incide. Voi potete aggiornarvi. Non Io che sono come il primo giorno nella mia dottrina così come sono da eternità in eterno nella mia natura. Sono la Parola di Dio, la Sapienza del Padre. Nel mio vero, unico Vangelo, è detto: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe. Non il Dio dei morti ma dei vivi”. Abramo è vissuto una volta. Isacco è vissuto una volta. Giacobbe è vissuto una volta. Tu vivrai una volta. Io che sono Dio ho preso carne una volta e non la prenderò una seconda, perché anche Dio rispetta l’ordine.

E l’ordine della vita umana è questo:
Che ad una carne si fonda uno spirito per rendere l’uomo simile a Dio, il quale non è carne ma spirito, non è animale ma soprannaturale. Che quando la carne tramonta, alla sua sera, cada come spoglia e rivestimento nel nulla da cui fu tratta e lo spirito torni alla vita sua: beata se visse, dannata se perì per avere fatto della carne il suo signore invece di fare Dio signore del suo spirito. Che da quell’al di là del quale inutilmente volete conoscere gli estremi senza accontentarvi di credere al suo essere, esso spirito attende con tremore di spavento o con palpito di gioia di veder risorgere la carne per rivestirsene nell’estremo giorno della Terra e con quella precipitare nell’abisso o penetrare in Cielo glorificato anche nella materia, con la quale avete vinto perché è stata la vostra nemica naturale da voi fatta alleata soprannaturale. Ma come potreste rivestire una carne al momento della mia eccelsa rassegna e con essa andare alla condanna o alla gloria, se ogni spirito avesse avuto molte carni? E quale sceglierebbe fra esse? La prima o l’ultima?

Se la prima gli valse, secondo le vostre teorie, l’ascesa alla seconda, è già carne meritevole, anzi più meritevole delle altre di possedere il cielo, perché ciò che costa è la prima vittoria. Dopo l’ascesa trascina. Ma se in Cielo devono entrare solo i perfetti, come può entrare la prima? Ingiusto sarebbe escludere la prima e ingiusto credere che sarà esclusa l’ultima delle vostre carni, che con teoria nefasta voi credete possano rivestire, a serie ascendenti, il vostro spirito, incarnato e disincarnato per tornarsi ad incarnare come abito che si posa la sera e si riprende al mattino. E come potreste voi chiamare i beati se essi fossero già reincarnati? E come dire vostri i vostri defunti se in quel momento essi già sono i figli di altri? No. Lo spirito vive. Creato che sia, non si distrugge più. Vive nella Vita se ha vissuto sulla terra, nell’unica vita che vi è concessa, da figlio di Dio. Vive nella Morte se ha vissuto nella vita terrena da figlio di Satana.

Ciò che è di Dio torna a Dio in eterno. Ciò che è di Satana torna a Satana in eterno. E non dire: “Ciò è male”. Ciò ? ti dico Io, Verità ? è sommo bene. Viveste mille vite, diverreste mille volte zimbello di Satana e non sempre sapreste uscirne feriti ma vivi. Vivendo una volta e sapendo che in quella volta è il vostro destino, se non siete dei maledetti adoratori della Bestia, agite con quel minimo almeno di volontà che basta a Me per salvarvi.
Beati poi quelli che in luogo del minimo danno tutto se stessi e vivono nella mia Legge. Il Dio dei vivi li guarda dal Cielo con infinito amore, e quel che ancora avete di bene sulla terra l’avete per questi santi che voi talora spregiate, ma che i Santi chiamano “fratelli”, che gli angeli carezzano, e che il Dio Uno e Trino benedice.»

Tratto I QUADERNI DEL 1944: QUADERNO N° 12 Ed.: CEV di Maria Valtorta






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domenica 1 maggio 2011

GESU' A MARIA VALTORTA: Due segreti per raggiungere la santità

Due segreti per raggiungere la santità

22 giugno 1943
Dice Gesù:
«Uno dei segreti per raggiungere la santità è questo: non mai distogliere la mente da un pensiero che deve reggere tutta la vita: Dio. Il pensiero
di Dio deve essere come la nota su cui tutto il canto dell'anima s'intona.
L'anima, per non sbagliare e per non distrarsi deve tenere l'occhio dello spirito sempre fisso in Dio. Parlare, lavorare, camminare, ma l'occhio
mentale non deve perdere di vista Iddio.
Secondo punto per raggiungere la santità: non perdere mai la fede nel Signore. Qualunque cosa avvenga, credere che avviene per bontà di Dio.
Se è cosa penosa, anche cattiva, e perciò voluta da forze estranee a Dio, pensare che Dio la permette per bontà.

Le anime che sanno vedere Dio ovunque, sanno anche cambiare tutte le cose in moneta eterna. Le cose cattive sono monete fuori corso. Ma se
le sapete trattare come si deve, esse divengono legali e vi acquistano il Regno eterno.
Sta a voi rendere buono ciò che non è buono; fare delle prove, tentazioni, disgrazie — che fanno rovinare del tutto anime già crollanti — tanti
puntelli e fondamenta per edificare il tempio che non muore. Il tempio di Dio in voi al presente, il tempio della beatitudine nel futuro, nel mio
Regno».

Da "I quaderni del 1943" di Maria Valtorta
Ed. CEV





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venerdì 29 aprile 2011

LA GUERRA CONTRO LA LIBIA: MOTIVI VERI.

La Libia non appartiene alla Banca per i Regolamenti Internazionali -144 tonnellate d’oro nella sua riserva – Le coppie che si sposano ricevono 50mila dollari a fondo perduto.
Antonio de Martini
http://corrieredellacollera.com/


Quale può essere il fil rouge che collega tutti i paesi attaccati – e presi di mira in varie forme - dagli USA e Gran Bretagna con l’aiuto di una serie di ausiliari tradizionali più o meno consapevoli?
Libia, Libano, Siria,Irak,Somalia, Sudan, Iran. Non hanno in comune l’etnia ( Iran è ariano mentre gli altri sono semiti o – Sudan – misti).

Non hanno in comune la religione: Libano ha cristiani, l’Iran è sciita, la Siria è mista. Non il petrolio: Somalia e Siria non ne hanno in quantità significative. Non la ricchezza: Somalia e Sudan non lo sono.

Se invece vediamo il negativo, vediamo che nessuno di questi paesi figura tra i 56 aderenti alla Banca per i Regolamenti Internazionali.

In pratica sono paesi che hanno rifiuutato di far parte della comunità finanziaria internazionale e la Libia in particolare se la stava cavando molto bene:

•Stando ai dati del FMI la Banca centrale libica possiede 144 tonnellate di oro nei suoi forzieri. Per un paese di tre milioni e mezzo di abitanti, non è niente male. L’educazione e l’assitenza medica sono gratuite; le coppie che si sposano ricevono 50.000 dollari a fondo perduto.
•I Ribelli, ancora prima di costituire un governo provvisorio, hanno annunziato ( il 19 marzo) di aver costituito la BANCA CENTRALE DI LIBIA. La Banca centrale di Libia ( quella di Gheddafi per intenderci) è pubblica e non privata, stampa la moneta e presta denari allo stato senza interessi per finanziare le opere pubbliche tra cui il famoso fiume sotterraneo fatto dall’uomo che utilizza le acque fossili del Sahara per irrigare tutta l’area agricola della Libia che si trova al Nord. A proposito l’attività agricola in Libia è esentasse. Completamente. Questa politica è l’esatto contrario di quella seguita dal mondo occidentale che fa pagare tutti i servizi quali l’educazione e la sanità ed ha privatizzato le banche centrali che fanno pagare gli interessi agli stati quando forniscono loro i fondi.
•La ragione ufficiale che ha spinto l’occidente a non mantenere le Banche Centrali come pubbliche è che questi prestiti aumentano l’inflazione, mentre prendere prestiti dalle Banche estere o dall FMI , non provocherebbe inflazione. In realtà prendere i denari a prestito da Banche centrali pubbliche – senza interessi – riduce grandemente il costo dei progetti pubblici di investimento e in alcuni casi li riduce del 50%.
•Gheddafi aveva da poco lanciato la proposta di creare una moneta unica africana IL DINARO ORO e l’unico paese africano che si era opposto, è stata la Repubblica del Sud Africa, che è stata proprio quella che si è presentata a Tripoli per la mediazione con i ribelli e la NATO. Su questa proposta c’è un commento di Sarlosi che l’ha giudicata “una minaccia per l’Umanità”.
•Sia Saddam Hussein che Gheddafi avevano proposto – entrambi sei mesi prima dell’attacco – di scegliere l’Euro ( o il dinaro) come valuta per le transazioni petrolifere.
ADESSO RESTIAMO IN ATTESA DI VEDERE – IN CASO DI VITTORIA DELLA NATO – SE EDUCAZIONE E SANITA’ RESTERANNO GRATUITE, SE LA BANCA CENTRALE LIBICA ADERIRA’ ALLA B.R.I. E SE L’INDUSTRIA PETROLIFERA LIBICA VERRA’ SVENDUTA A PRIVATI. Poi anche i più ingenui cominceranno ad avere sospetti



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GUERRA ALLA LIBIA: la vergogna dei nuovi Badoglio, mercanti dell'energia.

Nella guerra in Libia sono in gioco 20 miliardi
Ecco perché all'Italia conviene stare coi ribelli
di Claudio Borghi

Non possiamo sottrarci all’intervento militare in Libia: in ballo ci sono
300mila barili di greggio al giorno con l’Eni e 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, pari a un terzo del nostro fabbisogno energetico. Nell'area lavorano anche imprese private come Impregilo e Iveco
Ma è proprio necessario usare mezzi armi e bombe in Libia? Si, purtroppo è
necessario perché l’economia non ci lascia scelta.
Le riunioni dei pacifisti verrebbero meglio d’inverno, con il riscaldamento
spento e magari il bambino che piange per il freddo nell’altra stanza. Il fatto è che in Italia sono tutti bravissimi sul piano degli ideali ma a pochissimi piace sporcarsi le mani con matita e quaderno a quadretti per fare due somme, anzi, quando lo si fa si passa per cinici e senza cuore. Correremo ancora una volta il rischio e partiamo da un numero tondo: quaranta, che per la smorfia napoletana può significare la pelle, la sabbia o la vendetta ma che per le nostre tasche significa molto semplicemente i miliardi di euro dei nostri interscambi commerciali annui con i paesi dell’area del Maghreb. Una cifra enorme, quasi il 3% del prodotto interno lordo di cui metà è rappresentata dalla Libia, seguita
dall’Algeria con 11 miliardi e, a seguire, Tunisia e Marocco. Giusto per capire, stiamo parlando di uno scontrino da supermercato di oltre 4,5 milioni di euro ogni ora per tutti i giorni dell’anno, notte e festivi compresi.

È evidente che per quanto signori ci possiamo considerare, l’idea di non
interessarci direttamente della situazione nordafricana sarebbe stata
impensabile. Il nostro interventismo forzato diventa poi ancora più evidente se consideriamo che cosa si nasconde sotto queste cifre iperboliche, dato che se con i libici ci fossimo scambiati solo tappeti e pomodori magari si poteva anche soprassedere, purtroppo però la verità è che dalla Libia arriva energia (e con quella non si scherza), sotto forma di circa un terzo del nostro fabbisogno di petrolio e gas, una pompa di benzina sempre in funzione che sul display dell’importo fa segnare cifre vicine ai 15 miliardi di euro l’anno, con il benzinaio che ha la familiare divisa dell’Eni, la principale società estrattiva straniera della
Libia, impegnata da anni in virtù di accordi pluridecennali a trivellare 300mila barili di greggio al giorno e a spedirci 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno.
Le anime belle di solito quando sentono questi dati fanno spallucce, tanto se non c’è la Libia basta comprarlo da qualche altro esportatore, che problema c’è?
Nella guerra in Libia sono in gioco 20 miliardi Ecco perché all'Italia conviene stare Il problema c’è eccome invece, dato che il gas non arriva avvolto in carta arcobaleno, ma ci vogliono gasdotti la cui costruzione necessita di lunghi anni.
Di queste condotte di approvvigionamento l’Italia ne ha quattro principali che consentono ai nostri fornelli di scaldarci l’acqua per la pasta e alle nostre stufe di farci stare al calduccio, però oltre alla Libia uno arriva dall’Algeria (che non è esattamente un paese tranquillo) mentre l’altro arriva da Russia e Ucraina (che hanno la pessima abitudine di chiudere il rubinetto ogni tanto per le loro beghe), solo uno è europeo ed è collegato con la Norvegia, ma di certo da solo non basterebbe nemmeno per cominciare a scaldarci.
Alternative? I rigassificatori consentirebbero più flessibilità, peccato però che non appena se ne progetta uno partano catene umane, ricorsi (sempre vinti) al Tar ed altre sciocchezze in grado di bloccare i lavori sine die. Sarebbe bello poter importare il gas dai paesi che ci piacciono, tipo dalla Svizzera, magari insieme con il cioccolato, però non ce l’hanno, e allora che si fa? La Libia no, l’Algeria no, i rigassificatori no, il nucleare per carità, il solare di inverno non funziona e ovviamente guai a chi tocca un albero per mettere almeno un ceppo nel camino. Con i no non si va da nessuna parte, anzi, si rischia di dover decidere al freddo un bel piano di emergenza. Tanto vale muoversi prima. Le
importazioni poi sono solo una faccia della medaglia: non vanno infatti
dimenticate le nostre imprese private attive nell’area, dai camion dell’Iveco alle costruzioni dell’Impregilo, ai lavori per 5 miliardi per la costruzione di 1.700 km di autostrada litoranea coordinati dall’Anas, fino alle centinaia di imprese medio piccole (quasi settecento solo in Tunisia) che hanno fino ad oggi combattuto per far salire quei dati dell’export di cui tanto andiamo fieri.
Purtroppo quindi, anche se non ci piace, bisognava intervenire anche per
difendere questi nostri interessi vitali: per i motivi sopra detti la neutralità non è un’opzione, la scelta sarebbe stata solo se partecipare alle operazioni insieme con la Nato o difendere Gheddafi cont ro gli Usa e l’Europa, e si capisce bene anche solo scrivendo per gioco questa seconda opzione che la scelta in realtà non c’era.

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giovedì 21 aprile 2011

San Tommaso D’Aquino era omofobo?




San Tommaso D’Aquino o.p., Summa Theologica, II-II,q.142,a.4)

ARGOMENTO 142 I VIZI OPPOSTI ALLA TEMPERANZA

Articolo 4 In 3 Ethic., lect. 20
Se il peccato di intemperanza sia quello più disonorante.
Pare che il peccato di intemperanza non sia quello più disonorante. Infatti: 1. Come l‘onore è dovuto alla virtù, così il disonore è dovuto al peccato. Ma tanti peccati sono più gravi dell‘intemperanza: p. es. l‘omicidio, la bestemmia, ecc. Quindi il peccato di intemperanza non è il più disonorante. 2. I peccati più comuni sono meno disonoranti: poiché gli uomini se ne vergognano di meno. Ma i peccati di intemperanza sono quelli più comuni, avendo essi per oggetto le cose di uso più comune nella vita umana, nelle quali molti peccano. Perciò i peccati di intemperanza non sono i più disonoranti. 3. Il Filosofo [Ethic. 7, 6] afferma che «la temperanza e l‘intemperanza riguardano le concupiscenze e i piaceri umani». Ora, ci sono alcuni desideri e piaceri più turpi di questi, e che il Filosofo denomina «bestiali e morbosi». Quindi l‘intemperanza non è il vizio più disonorante. In contrario: Il Filosofo [Ethic. 3, 10] insegna che l‘intemperanza, fra gli altri vizi, «Pare a giusto titolo disonorante». Dimostrazione: Il disonore si contrappone all‘onore e alla gloria. Ora l‘onore, come sopra [q. 102, a. 2; q. 103, a. 1] si è visto, è dovuto all‘eccellenza, mentre la gloria comporta lustro e chiarezza [q. 103, a. 1, ad 3; q. 132, a. 1]. Perciò l‘intemperanza è sommamente disonorante per due motivi. Primo, perché è la cosa più incompatibile con l‘eccellenza o grandezza dell‘uomo: essa infatti ha per oggetto i piaceri comuni a noi e alle bestie, come sopra [q. 141, a. 2, ad 3; a. 7, ob. 1; a. 8, ad 1] si è notato. Da cui le parole del Salmo [48, 21 Vg]: «L‘uomo non ha compreso il proprio onore: si è messo alla pari dei giumenti irragionevoli divenendo simile ad essi». - Secondo, poiché essa ripugna sommamente allo splendore e alla bellezza dell‘uomo: infatti nei piaceri che sono oggetto dell‘intemperanza la luce della ragione, da cui dipende tutto lo splendore e la bellezza della virtù, viene oscurata al massimo. Per cui anche questi piaceri sono detti sommamente servili. Analisi delle obiezioni: 1. Come dice S. Gregorio [Mor. 33, 12], sebbene i vizi carnali, compresi sotto il nome di intemperanza, siano di minore gravità, sono però più infamanti. Infatti la gravità della colpa dipende dal suo allontanamento dal fine, ma l‘infamia viene desunta dalla turpitudine, che riguarda soprattutto la degradazione di colui che pecca. 2. Il generalizzarsi di un peccato ne diminuisce la turpitudine e l‘infamia nell‘opinione degli uomini, ma non nella natura stessa del vizio. 3. Quando si dice che l‘intemperanza è il vizio più disonorante ci si riferisce ai peccati umani, cioè all‘ambito delle passioni che in qualche modo sono conformi alla natura umana. Ma quei peccati che sorpassano i limiti della natura umana sono ancora più disonoranti. Tuttavia anche questi sembrano ridursi per eccesso al genere dell‘intemperanza: come il fatto di provare gusto nel mangiare carne umana, o nel rapporto con le bestie od omosessuale.



(San Tommaso D’Aquino, Summa Theologica, II-II, q. 154,a.12)
ARGOMENTO 154 LE SPECIE DELLA LUSSURIA

Articolo 12 Infra, q. 170, a. 1, ad 2; I-II; q. 73, a. 7; In 4 Sent., d. 41, a. 4, sol. 3; In Rom., c. 1, lect. 8 Se il vizio contro natura sia il più grave dei peccati di lussuria
Pare che il vizio contro natura non sia il più grave dei peccati di lussuria. Infatti: 1. Un peccato è tanto più grave quanto più è contrario alla carità. Ora, è più contrario alla carità verso il prossimo l‘adulterio, lo stupro e il rapimento, che fanno ingiuria al prossimo, che non i peccati contro natura in cui non si fa ingiuria ad altri. Perciò il peccato contro natura non è il più grave tra i peccati di lussuria. 2. I peccati più gravi sono quelli che si commettono contro Dio. Ma il sacrilegio si commette direttamente contro Dio: poiché è un‘offesa al culto verso di lui. Quindi il sacrilegio è un peccato più grave del vizio contro natura. 3. Un peccato è più grave se viene perpetrato contro una persona che dobbiamo amare di più. Ora, secondo l‘ordine della carità dobbiamo amare di più le persone a noi maggiormente legate, che vengono offese con l‘incesto, piuttosto che le persone estranee, che vengono coinvolte in certi peccati contro natura. Quindi l‘incesto è un peccato più grave del peccato contro natura. 4. Se il peccato contro natura fosse il più grave, dovrebbe essere tanto più grave quanto più è contro natura. Ma la cosa maggiormente contro natura Pare essere il peccato di immondezza, ovvero di masturbazione: poiché la natura Pare esigere in questo atto soprattutto la distinzione tra agente e paziente. Quindi in base a ciò la masturbazione sarebbe il più grave dei peccati contro natura. Ma ciò è falso. Quindi i peccati contro natura non sono i più gravi tra quelli di lussuria.
Articolo 12 Infra, q. 170, a. 1, ad 2; I-II; q. 73, a. 7; In 4 Sent., d. 41, a. 4, sol. 3; In Rom., c. 1, lect. 8 Se il vizio contro natura sia il più grave dei peccati di lussuria Pare che il vizio contro natura non sia il più grave dei peccati di lussuria. Infatti: 1. Un peccato è tanto più grave quanto più è contrario alla carità. Ora, è più contrario alla carità verso il prossimo l‘adulterio, lo stupro e il rapimento, che fanno ingiuria al prossimo, che non i peccati contro natura in cui non si fa ingiuria ad altri. Perciò il peccato contro natura non è il più grave tra i peccati di lussuria. 2. I peccati più gravi sono quelli che si commettono contro Dio. Ma il sacrilegio si commette direttamente contro Dio: poiché è un‘offesa al culto verso di lui. Quindi il sacrilegio è un peccato più grave del vizio contro natura. 3. Un peccato è più grave se viene perpetrato contro una persona che dobbiamo amare di più. Ora, secondo l‘ordine della carità dobbiamo amare di più le persone a noi maggiormente legate, che vengono offese con l‘incesto, piuttosto che le persone estranee, che vengono coinvolte in certi peccati contro natura. Quindi l‘incesto è un peccato più grave del peccato contro natura. 4. Se il peccato contro natura fosse il più grave, dovrebbe essere tanto più grave quanto più è contro natura. Ma la cosa maggiormente contro natura Pare essere il peccato di immondezza, ovvero di masturbazione: poiché la natura Pare esigere in questo atto soprattutto la distinzione tra agente e paziente. Quindi in base a ciò la masturbazione sarebbe il più grave dei peccati contro natura. Ma ciò è falso. Quindi i peccati contro natura non sono i più gravi tra quelli di lussuria.
In contrario: S. Agostino [De bono coniug. 8] afferma che «fra tutti questi peccati», cioè quelli di lussuria, «il peggiore è quello contro natura». Dimostrazione: In ogni genere di cose la degenerazione più grave è la corruzione dei princìpi, da cui tutto il resto dipende. Ora, i princìpi della ragione umana sono dati da ciò che è secondo la natura: infatti la ragione, presupposto ciò che è determinato dalla natura, dispone il resto in conformità ad essa. E ciò è evidente sia in campo speculativo che in campo pratico. Come quindi in campo speculativo l‘errore circa i princìpi noti per natura è quello più grave e vergognoso, così in campo pratico l‘agire contro ciò che è secondo la natura è il peccato più grave e più turpe. Poiché dunque nel vizio contro natura si trasgredisce ciò che è determinato secondo la natura nell‘uso della sessualità, ne segue che questo è il peccato più grave in tale materia. - Dopo del quale viene l‘incesto, che è contro la riverenza naturale dovuta ai propri congiunti, come si è detto [a. 9]. Invece nelle altre specie della lussuria si trasgredisce solo ciò che è determinato dalla retta ragione: partendo tuttavia dal presupposto dei princìpi naturali. Ora, ripugna maggiormente alla ragione che uno usi dei piaceri venerei non solo contro il bene della prole da generarsi, ma anche con ingiuria verso la comparte. Perciò la semplice fornicazione che viene commessa senza fare ingiuria a un‘altra persona è il minore fra i peccati di lussuria. - L‘ingiuria poi è più grave se si abusa di una donna soggetta al potere di un altro uomo in ordine alla generazione, piuttosto che per la sola tutela. Quindi l‘adulterio è più grave dello stupro. - E l‘uno e l‘altro diventano più gravi per la violenza. Per cui il ratto di una vergine è più grave dello stupro, e il ratto di una sposa è più grave dell‘adulterio. - E tutti questi peccati diventano ancora più gravi se vi è sacrilegio, come sopra [a. 10, ad 2] si è accennato. Analisi delle obiezioni: 1. L‘ordine della retta ragione deriva dall‘uomo, ma l‘ordine della natura deriva da Dio. Perciò nei peccati contro natura, nei quali si viola tale ordine, si fa ingiuria a Dio stesso, Ordinatore della natura. Scrive quindi S. Agostino [Conf. 3, 8]: «I peccati contro natura come quelli dei Sodomiti sono sempre degni di detestazione e di castigo; e anche se fossero commessi da tutte le genti, queste sarebbero ree di uno stesso crimine di fronte alla legge di Dio, la quale non ammette che gli uomini si comportino in quel modo. Così infatti viene violata la società che deve esistere tra noi e Dio, essendo profanata con la perversità della libidine la natura di cui egli è l‘autore». 2. Anche i vizi contro natura sono contro Dio, come si è detto [ad 1]. E sono tanto più gravi del sacrilegio quanto più l‘ordine della natura è primordiale e stabile rispetto a qualsiasi altro ordine successivo. 3. A ciascuno la natura della propria specie è unita più intimamente di qualsiasi altro individuo. Perciò i peccati che sono contrari alla natura specifica sono più gravi. 4. La gravità di un peccato dipende più dall‘abuso di una cosa che dall‘omissione del debito uso. Perciò fra tutti i vizi contro natura occupa l‘infimo posto il peccato di immondezza, o masturbazione, che consiste nella sola omissione del rapporto sessuale con un‘altra persona.

- Il peccato più grave è invece la bestialità, in cui non si rispetta la propria specie. Per cui la Glossa [interlin.], spiegando quel passo della Genesi [37, 2]: «[Giuseppe] accusò i suoi fratelli di un peccato gravissimo», aggiunge: «cioè di avere rapporti carnali con le bestie». - Dopo di questo c‘è il vizio della sodomia, in cui non si rispetta il debito sesso. - Infine viene il peccato di chi non rispetta il debito modo di avere il rapporto. E il non fare uso dei debiti organi è più grave del disordine riguardante solo il modo dell‘unione.

San Tommaso D’Aquino o.p., Summa Theologica



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